Quando le parole tradiscono la realtà: la “fuga” che non c’è

C'è un vizio tutto mediatico – e particolarmente caro a certa stampa – di raccontare la realtà usando parole che la deformano. Non per errore, ma per ideologia. Perché le parole non sono mai innocenti: orientano il pensiero, costruiscono cornici, suggeriscono giudizi.
Un esempio recente di questo slittamento semantico lo offre la Repubblica con un titolo che oscilla tra l'ingenuità e l'ideologia: "Fuga dall'ora di religione".

Ora fermiamoci un attimo sui numeri, che hanno il brutto vizio di non piegarsi alle narrazioni.
Secondo gli stessi dati riportati, l'82% degli studenti italiani frequenta l'IRC, l'insegnamento della religione cattolica. Lo scrivo a lettere: ottantadue per cento. E lo fa in piena libertà, potendo legittimamente scegliere attività alternative.
Dov'è, esattamente, la "fuga"?
Salvo Intravaia e Repubblica di quale fuga state parlando?
Chiamare "fuga" il fatto che una minoranza – legittima, rispettabile, tutelata – scelga di non frequentare l'ora di religione significa rovesciare la realtà. La parola "fuga" evoca abbandono di massa, diserzione, rifiuto collettivo. Ma qui siamo davanti al contrario: a una permanenza larga, convinta, stabile.
Dopo un intero XXI secolo passato a raccontare la fede cristiana come un residuo folkloristico del passato, dopo decenni di narrazioni in cui la Chiesa è stata dipinta come ostacolo al progresso, alla libertà, alla modernità, il dato che emerge è piuttosto sorprendente per chi profetizzava la fine del cristianesimo: otto ragazzi su dieci continuano a scegliere di confrontarsi con Cristo e con la tradizione della Chiesa.
Se vogliamo parlare di "fughe" vere, forse bisognerebbe guardare altrove.
Per esempio alla politica. Lì sì che i numeri raccontano una fuga reale: il Partito Democratico è passato dal 40,8% delle europee del 2014 – oltre undici milioni di voti – a poco più della metà nel 2024, circa cinque milioni e seicentomila. Ecco, quella è una fuga: elettori che se ne vanno, consenso che evapora, fiducia che crolla.
Ma sull'IRC no: lì non c'è fuga. C'è una permanenza che resiste nonostante tutto. E questo dato, che per alcuni dovrebbe essere motivo di imbarazzo, forse andrebbe invece letto come una domanda scomoda:
e se, in mezzo al rumore delle ideologie, i ragazzi avessero capito che avere a che fare con Cristo e con la Chiesa non solo "non fa male", ma serve? Forse è addirittura necessario. Di certo, molte delle alternative proposte come più "moderne", più "libere", più "neutrali", alla lunga annoiano. E spesso lasciano più vuoto di quanto promettano di colmare.
Il problema, allora, non è l'ora di religione.
Il problema è il linguaggio con cui la si racconta. Perché chiamare "fuga" ciò che è permanenza non è solo una forzatura semantica: è un tentativo maldestro di piegare la realtà a un pregiudizio. E la realtà, quando non la si ascolta, prima o poi presenta il conto.
Djàvlon
