RAI - Il servizio pubblico non è un alibi

13.02.2026

Il servizio pubblico non è un alibi: la protesta dei giornalisti Rai e l'ipocrisia di un sistema allo sbando

Il comunicato dei giornalisti di Rai Sport, che parla di "imbarazzo generale", annuncia il ritiro delle firme da servizi e telecronache dal 9 febbraio fino alla fine delle Olimpiadi, seguito da tre giorni di sciopero. La protesta nasce dalla telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, affidata al direttore Paolo Petrecca e segnata da clamorosi strafalcioni.

C'è qualcosa che stona profondamente nel vedere i giornalisti del servizio pubblico scendere in campo, comunicati alla mano, per condannare le gaffe del proprio direttore. Non perché la protesta sia in sé illegittima — anzi, un servizio pubblico ha il dovere di pretendere competenza, rigore e professionalità — ma perché arriva dopo anni di informazione televisiva scivolata ben oltre la soglia del decoro.

Chi paga il canone non compra il diritto a vedere figuracce in diretta, questo è ovvio. Ma non compra nemmeno — e soprattutto — anni di superficialità, errori, spettacolarizzazione della cronaca, confusione tra informazione e intrattenimento. E qui il punto diventa scomodo: le gaffe non sono l'eccezione, sono il sintomo. Continuare a sommergere il pubblico di comunicati sugli errori interni è solo rumore di fondo: un modo goffo di coprire anni di informazione sciatta, confusa e spesso indegna di chiamarsi servizio pubblico.

La RAI viene giustamente richiamata al suo ruolo di servizio pubblico. Ma di quale servizio parliamo, se negli ultimi anni i palinsesti informativi sono stati spesso teatro di:

  • narrazioni frettolose e contraddittorie durante la pandemia;

  • immagini di guerra errate o decontestualizzate, rilanciate senza le dovute verifiche;

  • talk show pseudo-giornalistici costruiti più sullo scontro che sull'approfondimento;

  • cronaca nera trasformata in format, con casi giudiziari trattati come serie TV.

Basta ricordare come vicende complesse e dolorose — come il caso di Garlasco — siano state macinate per anni dal tritacarne mediatico, tra ricostruzioni suggestive, processi televisivi e una continua sovrapposizione tra informazione e intrattenimento morboso. Non è informazione: è consumo emotivo di tragedie altrui.

In questo contesto, la protesta dei giornalisti contro il proprio direttore rischia di apparire parziale, se non ipocrita. Perché è vero: una gaffe clamorosa in diretta è un danno d'immagine per il servizio pubblico. Ma è altrettanto vero che il danno più profondo è strutturale: è l'abbassamento progressivo del livello medio dell'informazione televisiva, che non nasce ieri e non dipende da una singola figura dirigenziale. E poi la protesta sembra più politica che altro e in ogni caso, non deve essere mai parte dello spettacolo.

Il punto, allora, non è difendere o attaccare un direttore.
Il punto è avere il coraggio di dire che il modello stesso di informazione televisiva generalista è in crisi, e che la Rai — come le altre emittenti — da anni rincorre:

  • l'audience al posto della qualità,

  • il sensazionalismo al posto della verifica,

  • il talk urlato al posto dell'analisi.

E qui entra in gioco il cittadino-spettatore, che non è un cliente qualunque: è un contribuente. Il canone non dovrebbe finanziare un grande reality dell'informazione, ma un presidio di serietà, competenza e pluralismo. Un luogo dove l'errore è l'eccezione, non la normalità. Dove la rettifica è trasparente. 

Dove il rispetto per l'intelligenza di chi guarda non è uno slogan, ma una prassi.

Se davvero si vuole difendere il servizio pubblico, la protesta non può fermarsi alla gaffe del giorno. Deve diventare una presa di coscienza collettiva: meno spettacolo, meno propaganda emotiva, meno improvvisazione. Più giornalismo vero. Più verifica delle fonti. Più sobrietà. Più rispetto per chi paga.

Perché il problema non è che qualcuno abbia sbagliato in diretta.
Il problema è che da troppo tempo l'errore è diventato parte del format.

Andrea Ruggeri