Caldo, ma gli eccessi di morti da calore sono fake

Morti in eccesso per il caldo: quando una stima diventa una certezza giornalistica
Il caso Imperial College e il problema dell'attribuzione causale.
C'è una domanda che dovrebbe essere posta ogni volta che leggiamo un titolo come:
"Il caldo ha causato migliaia di morti."
La domanda è semplice:
Quante di queste morti sono state realmente accertate come morti da caldo e quante, invece, sono state stimate attraverso un modello matematico?
Non è una distinzione da poco.
È la differenza tra un dato osservato e una ricostruzione statistica.
Il caso più recente e significativo è quello dello studio condotto dai ricercatori dell'Imperial College London e della London School of Hygiene & Tropical Medicine, pubblicato nel 2025 e relativo a 854 città europee.
I ricercatori hanno stimato circa 24.400 morti associate al caldo e hanno calcolato che circa 16.500 sarebbero attribuibili al riscaldamento antropogenico. Imperial sintetizza il risultato affermando che il cambiamento climatico sarebbe stato responsabile del 68% delle morti da caldo stimate.
Attenzione alle parole.
"Stimate".
"Associate".
"Attribuibili".
Sono termini scientifici molto diversi da:
"morte causata dal caldo".
E soprattutto molto diversi da:
"persona X morta a causa del cambiamento climatico".
Il problema non è necessariamente lo studio. È ciò che se ne fa
Non sostengo che lo studio dell'Imperial College sia una bufala.
La questione che pongo è diversa.
Uno studio epidemiologico può costruire un modello matematicamente coerente per stimare quante morti siano statisticamente associate a determinate temperature e quante di queste possano essere attribuite alla differenza climatica rispetto a uno scenario controfattuale.
Questo è perfettamente legittimo.
Ma il risultato rimane una stima modellistica.
Non è un conteggio effettuato da medici legali.
Nessuno ha esaminato 16.500 certificati di morte e stabilito individualmente:
"Questa persona sarebbe vissuta se la temperatura fosse stata quella di uno scenario climatico alternativo."
Il numero nasce da un modello.
Ed è proprio nel passaggio dal modello al titolo giornalistico che può verificarsi una distorsione.
Il modello dice:
"Secondo determinate assunzioni e relazioni statistiche, questa quota di mortalità è attribuibile al calore e, successivamente, al cambiamento climatico."
Il titolo può diventare:
"Il cambiamento climatico ha ucciso 16.500 persone."
Sembrano la stessa cosa.
Non lo sono.
"Mortalità in eccesso" non è una diagnosi
Questo dovrebbe diventare quasi un principio elementare del giornalismo scientifico:
una morte in eccesso non è una causa di morte.
"Mortalità in eccesso" significa che sono stati osservati più decessi rispetto a quelli attesi secondo un determinato riferimento statistico.
Non significa che tutti quei decessi abbiano la stessa causa.
E soprattutto non significa che la causa sia stata automaticamente individuata.
Una persona anziana può morire durante un'ondata di calore per insufficienza cardiaca.
Un'altra per una patologia respiratoria.
Un'altra ancora per una malattia oncologica.
Un’altra da un malore improvviso provocato da eventi da v@ ccino.
Il caldo può avere avuto un ruolo in alcuni casi, magari importante.
Ma stabilire quanto abbia contribuito al singolo decesso è una questione causale, non semplicemente temporale.
Il fatto che due fenomeni avvengano contemporaneamente non dimostra da solo che uno abbia causato l'altro.
Caldo, cuore, tumori e malattie croniche: la realtà è più complessa di un titolo
È indiscutibile che temperature estreme possano aumentare il rischio di eventi cardiovascolari e respiratori, soprattutto nelle persone vulnerabili.
Ma da questa constatazione non deriva automaticamente che ogni incremento della mortalità osservato durante un'estate calda debba essere attribuito al caldo.
La mortalità generale è il risultato di una molteplicità di fattori.
Età della popolazione.
Comorbidità.
Malattie cardiovascolari.
Malattie respiratorie.
Tumori.
Infezioni.
Accesso alle cure.
Ritardi diagnostici.
Condizioni sociali.
Farmaci.
Cambiamenti demografici.
Eventi sanitari straordinari.
E, naturalmente, anche temperatura e condizioni meteorologiche.
Quando esiste un eccesso di mortalità, la domanda scientificamente corretta non dovrebbe essere:
"Quale causa possiamo scegliere?"
Dovrebbe essere:
"Quali cause concorrenti sono state valutate e con quale metodo sono state separate?"
È questa la domanda che troppo spesso scompare nel giornalismo contemporaneo.
E le inoculazioni contro il COVID-19?
Qui entriamo in un terreno ancora più delicato.
Non è necessario sostenere una tesi estrema per porre una domanda legittima.
Sappiamo ufficialmente che i vaccini mRNA contro il COVID-19 possono essere associati a miocardite e pericardite e altri sintomi che portano a obito. L'EMA ha riconosciuto questo possibile nesso già nel 2021 e continua a monitorarlo attraverso la farmacovigilanza.
Questo significa che l'ipotesi di un possibile effetto avverso cardiovascolare non è una fantasia e non è una teoria inventata dai social network.
Ma bisogna fare un ulteriore passo con estrema cautela:
"i vaccini hanno provocato la mortalità in eccesso osservata in Europa?”
Questa è un'altra domanda, molto più ampia, che richiede studi epidemiologici specifici.
Ed è proprio qui che emerge una possibile asimmetria nel dibattito.
Se per il caldo accettiamo modelli epidemiologici capaci di attribuire una quota della mortalità a una determinata esposizione, perché non dovremmo pretendere lo stesso livello di analisi quando studiamo altre esposizioni avvenute nello stesso periodo?
La domanda non è:
"Dimostriamo che sono stati i vaccini."
La domanda è:
"Sono state adeguatamente valutate tutte le possibili cause concorrenti prima di attribuire l'eccesso di mortalità al caldo?"
Sono due domande completamente diverse.
Il principio deve valere per tutti
Se una correlazione temporale viene considerata sufficiente per costruire una narrativa causale sul clima, allora dobbiamo essere estremamente prudenti anche quando osserviamo altri fenomeni temporalmente associati a variazioni della mortalità.
Le campagne vaccinali hanno avuto luogo.
Le infezioni da SARS-CoV-2 hanno avuto luogo.
Sono cambiate le condizioni di assistenza sanitaria.
Sono cambiate le modalità diagnostiche.
Sono cambiate le abitudini della popolazione.
È cambiata la struttura demografica.
Sono cambiate le temperature.
Tutti questi fattori possono entrare, in misura diversa, nella dinamica della mortalità.
La scienza non dovrebbe partire dalla conclusione e cercare poi i dati che la confermano.
Dovrebbe mettere a confronto le ipotesi.
Un modello controfattuale non è una macchina del tempo
Questo è forse il punto più importante dell'intera questione.
Il modello di Imperial costruisce uno scenario controfattuale.
In sostanza:
quante morti ci aspetteremmo se le temperature fossero state diverse?
È un metodo utile.
Ma lo scenario alternativo non è osservabile.
Non possiamo tornare indietro nel tempo e far vivere alle stesse persone una temperatura diversa per verificare quante sarebbero effettivamente sopravvissute.
Per questo il risultato dipende dalle relazioni epidemiologiche utilizzate, dalla definizione dell'esposizione, dal periodo di riferimento e dalle altre assunzioni del modello.
Non significa che il modello sia inutile.
Significa che il risultato deve essere comunicato come una stima e non come un conteggio di fatti individualmente accertati.
Il giornalista dovrebbe riportare anche l'incertezza
La comunicazione scientifica seria dovrebbe conservare nel titolo e nel testo la natura probabilistica del risultato.
"Stimate."
"Associate."
"Attribuibili."
"Secondo il modello."
"Rispetto allo scenario controfattuale."
Queste parole non sono dettagli tecnici.
Sono parte integrante del risultato scientifico.
Eliminarle significa aumentare artificialmente la certezza percepita dal lettore.
E questo è particolarmente grave quando si parla di migliaia di morti.
La vera domanda non è se il caldo possa uccidere
Naturalmente il caldo può contribuire alla mortalità.
Negarlo sarebbe assurdo.
La vera domanda è:
quante delle morti in eccesso osservate possono essere effettivamente attribuite al caldo e con quale grado di certezza?
E subito dopo:
quali altre cause sono state escluse, controllate o confrontate?
Questa seconda domanda è essenziale.
Perché se esistono molte possibili esposizioni e condizioni capaci di influenzare la mortalità, non possiamo prendere l'eccesso osservato e assegnarlo automaticamente alla causa che meglio si inserisce nella narrativa dominante.
Questo vale per il clima.
Vale per il COVID.
Vale per i farmaci.
Vale per i vaccini.
Vale per qualunque altra ipotesi.
Non è negazionismo. È richiesta di metodo.
Criticare l'attribuzione causale di un modello non significa negare il caldo o la sensazione di caldo eccessivo.
Criticare la comunicazione giornalistica non significa negare che il caldo rappresenti un rischio sanitario.
Chiedere che siano studiate anche altre possibili cause della mortalità non significa sostenere che quelle cause siano necessariamente responsabili.
Significa pretendere che lo stesso standard di prova venga applicato a tutte le ipotesi.
Se una determinata esposizione viene associata a un incremento della mortalità, occorre studiare la relazione.
Se esiste un'altra esposizione potenzialmente rilevante, occorre studiare anche quella.
Se esistono più spiegazioni possibili, occorre confrontarle.
Questo è il metodo scientifico.
Una frase dovrebbe diventare il punto fermo del dibattito
Una mortalità in eccesso è un fenomeno da spiegare, non una causa già identificata.
Lo studio dell'Imperial College può fornire una stima interessante sulla componente della mortalità associata alle temperature e sul contributo modellizzato del cambiamento climatico.
Ma quella stima non dovrebbe essere trasformata dal giornalismo in una certezza individuale.
E soprattutto non dovrebbe essere utilizzata per chiudere preventivamente il dibattito sulle altre possibili spiegazioni.
Il punto non è sostituire una certezza con un'altra.
Non è passare da:
"sono morti per il caldo"
a:
"sono morti per i vaccini".
Il punto è avere il coraggio scientifico di dire:
"Abbiamo osservato un eccesso di mortalità. Ora dobbiamo capire quanto sia spiegato da ciascun fattore."
Se questo principio vale per le vaccinazioni, deve valere per il caldo.
Se vale per il caldo, deve valere per le vaccinazioni.
Se vale per una casa farmaceutica, deve valere anche per un'istituzione accademica.
Se vale per una teoria, deve valere anche per quella che politicamente ci è più conveniente.
Perché la scienza non dovrebbe cercare una narrativa da difendere. Dovrebbe cercare una causa da dimostrare.
E una stima statistica, per quanto sofisticata, non è una prova individuale di causalità.
Una cosa è certa: il dato del giornale inglese Guardian in base agli studi reali di 35.000 morti in europa, questa estate, da calore sono un’enorme fake.
Andrea Ruggeri
