Censura Corona, Bugalalla, Garlasco e Signorini

L'ultima ordinanza del Tribunale Civile di Milano sul caso Signorini–Corona ha imposto uno stop ai contenuti pubblicati da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini attraverso il format digitale "Falsissimo". Il ricorso presentato dai legali del direttore di Chi è stato accolto con un provvedimento d'urgenza (ex art. 700 c.p.c.), che ha ordinato la rimozione dei contenuti già pubblicati e il divieto di diffonderne di nuovi.
Tra le motivazioni principali del giudice:
Corona non è un giornalista iscritto all'Ordine e "Falsissimo" non è una testata giornalistica registrata. Il tribunale ha inoltre ritenuto prevalente, in questa fase cautelare, la tutela della privacy e della reputazione rispetto alla pretesa di esercitare un diritto di cronaca, giudicando i contenuti diffusi come potenzialmente lesivi della sfera privata di Signorini.
Non solo: l'ordinanza prevede anche la consegna al tribunale di tutto il materiale in possesso di Corona relativo alla vita privata di Signorini, una misura che ha fatto molto discutere per la sua ampiezza e per il precedente che rischia di creare nel rapporto tra giustizia, informazione e produzione di contenuti digitali. Corona ha parlato apertamente di "censura", denunciando un tentativo di imbavagliare la comunicazione online.
Qui sta il nodo politico e culturale del problema.
È sacrosanto contrastare la diffamazione, la calunnia e la violazione della privacy. Ma in uno Stato di diritto gli strumenti sono le querele, i processi, il contraddittorio, le sentenze nel merito. Non i bavagli preventivi. Il confine tra tutela dei diritti e censura preventiva è sottile, e quando viene oltrepassato si crea un precedente pericoloso: oggi tocca a Corona (personaggio certamente controverso), domani potrebbe toccare a chiunque faccia informazione non allineata o non "certificata".
Il punto vero non è Corona.
Il punto è la frattura sempre più evidente tra informazione tradizionale (TV, grandi media) e informazione digitale (social, piattaforme, creator indipendenti). La "guerra" tra TV e internet sta scoperchiando altarini scomodi: chi controlla la narrazione pubblica? Chi decide cosa è informazione legittima e cosa no?
Il caso Garlasco è emblematico: sui social circolano ogni giorno nuove ipotesi, documenti, ricostruzioni, dubbi, spesso con un coinvolgimento diretto di cittadini, giornalisti indipendenti, ex addetti ai lavori. Nel bene e nel male, è un'informazione viva, caotica, partecipata. Dall'altra parte, la TV continua a proporre un'informazione "gessata", filtrata, spesso prudente fino all'autocensura, legata a equilibri di potere, interessi economici, rapporti con la politica e con la magistratura.
E poi ci sono gli sponsor, che stanno migrando dai vecchi giornali e dalla TV verso gli youtuber, spesso centinaia di volte meno costosi ma con numeri di visualizzazioni molto più alti e con un potenziale di crescita decisamente maggiore. Aziende come NordVPN sono cresciute in modo esponenziale grazie al marketing sui creator digitali: qualcuno sa indicare un marchio che, negli ultimi anni, abbia ottenuto lo stesso tipo di crescita passando dalla TV generalista?
È la vecchia dinamica: potere contro popolo.
Solo che oggi il popolo ha strumenti che prima non aveva. La politica e i media tradizionali si trovano di fronte a cittadini che non sono più facilmente addomesticabili, che commentano, smontano, diffondono versioni alternative, vere o presunte che siano. E il dato politico è inquietante per il sistema: se una comunità digitale organizzata decidesse di entrare davvero nel gioco politico, potrebbe intercettare una parte enorme di quel 50–60% di astensionisti che non votano più, ma che sui social sono attivissimi, informati, arrabbiati, coinvolti.
Da "Falsissimo" a "Bugalalla" (e a tanti altri format nati fuori dal perimetro dei media tradizionali), la sensazione diffusa è che i bavagli stiano superando lo spirito e, in alcuni casi, il perimetro della Costituzione, che tutela sì la dignità delle persone, ma anche la libertà di manifestazione del pensiero.
Il conflitto è ormai chiaro:
il popolo contro il potere,
internet contro la TV,
l'informazione diffusa contro l'informazione centralizzata.
E questo scontro non si risolverà con le ordinanze. Si risolverà – nel bene o nel male – nel campo della fiducia: chi riuscirà a farsi credere dalle persone.
Andrea Ruggeri
