Il Fatto Quotidiano ed il golpe che non vogliono vedere in Brasile

Ci sono analisti che gia lo chiamano “Il Fake Quotidiano” noi ci limitiamo a contestare le analisi false sul Brasile.
C'è un modo di raccontare la politica che consiste nell'analizzare i fatti, anche quando sono scomodi. E ce n'è un altro che consiste nell'infilarli dentro una cornice ideologica già pronta, dividendo il mondo tra i buoni democratici e i cattivi estremisti. La lettura delle elezioni brasiliane proposta dal Fatto Quotidiano appartiene, a mio giudizio, alla seconda categoria: una narrazione che insiste sugli spauracchi dell'estrema destra, ma non affronta con la stessa determinazione la crisi di credibilità delle istituzioni che ha contribuito a portare il Brasile alla situazione attuale.
L'articolo parla di «bagno di sangue», di «spinte eversive» e di una destra che minaccerebbe la democrazia. Ma quando si parla del Brasile bisogna avere il coraggio di guardare anche dall'altra parte. Bisogna parlare del ruolo assunto dal Supremo Tribunal Federal, delle decisioni dei suoi giudici, del conflitto con Jair Messias Bolsonaro e delle conseguenze che questa contrapposizione ha prodotto sulla vita politica di un Paese di oltre 200 milioni di abitanti.
Perché il Brasile non è arrivato fin qui per caso. E non è possibile comprendere quello che sta accadendo limitandosi a descrivere Bolsonaro e i suoi alleati come una minaccia, senza interrogarsi sul comportamento di chi, in nome della difesa della democrazia, ha esercitato un potere giudiziario sempre più centrale nello scontro politico.
Il Supremo Tribunal Federal dovrebbe essere uno dei pilastri della democrazia brasiliana. Proprio per questo, le sue decisioni devono essere sottoposte al massimo livello di trasparenza, responsabilità e critica pubblica. Quando una Corte interviene in questioni che investono direttamente la competizione politica, la libertà di espressione, l'attività degli oppositori e il destino di un ex presidente, non basta invocare l'autorità dei giudici per chiudere ogni discussione.
La domanda è semplice: chi controlla chi esercita il potere in nome della Costituzione?
Le controversie che hanno coinvolto Alexandre de Moraes e altri esponenti del Supremo, le decisioni adottate nei confronti dell'universo bolsonarista e le contestazioni sulla proporzionalità degli interventi giudiziari hanno alimentato una frattura profonda nella società brasiliana. Per una parte consistente del Paese, il problema non è soltanto Bolsonaro: è il timore che il potere giudiziario sia diventato un protagonista dello scontro politico, anziché il garante di regole uguali per tutti.
È questo il nodo che il racconto ideologico rischia di nascondere. Non basta definire eversivo chi contesta il Supremo. Bisogna esaminare anche le decisioni contestate, le loro motivazioni, gli effetti prodotti e le garanzie riconosciute a chi è finito nel mirino della magistratura. Una democrazia non può pretendere che i cittadini abbiano fiducia cieca nelle istituzioni: deve meritarsela.
Da qui nasce la contestazione più radicale, quella che considera quanto accaduto a Bolsonaro e al suo campo politico non una semplice successione di procedimenti giudiziari, ma un processo di delegittimazione politica che ha inciso sulla rappresentanza di milioni di brasiliani. È una lettura che deve confrontarsi con gli atti giudiziari e con le motivazioni delle sentenze; ma non può essere liquidata con un'etichetta ideologica, come se porre domande sull'operato del Supremo fosse già una prova di ostilità alla democrazia.
Quanto al presunto golpe, occorre smettere di utilizzare questa parola soltanto quando conviene a una parte politica. Il termine viene normalmente associato al tentativo di sovvertire l'ordine costituzionale, e le accuse rivolte a Bolsonaro devono essere valutate sulla base degli atti e delle prove specifiche. Ma anche il potere esercitato dalle istituzioni deve essere sottoposto a un esame rigoroso. Se si ritiene che vi sia stato un uso distorto del potere giudiziario per condizionare la competizione politica, è necessario analizzare le decisioni, gli effetti e le eventuali violazioni delle garanzie. La questione non si risolve dichiarando in anticipo chi siano i colpevoli e chi gli innocenti.
Chi ha seguito il Brasile da vicino sa che la frattura non nasce oggi. Bolsonaro è diventato il punto di riferimento di un elettorato che non si riconosce nel Partito dei Lavoratori e che vede nel sistema politico e giudiziario un insieme di poteri da contestare. Le manifestazioni, le mobilitazioni e le richieste di trasparenza elettorale devono essere esaminate nel loro contesto: non è corretto trasformare automaticamente ogni sostenitore di Bolsonaro in un nemico della democrazia, così come non è corretto considerare ogni iniziativa dei suoi alleati una prova di innocenza.
Il punto politico è che una parte del Brasile non accetta più che la propria rappresentanza venga raccontata esclusivamente attraverso la categoria dell'estremismo. Vuole risposte sulla giustizia, sull'imparzialità delle istituzioni e sulla possibilità di contestare decisioni giudiziarie senza essere automaticamente trattata come una minaccia per lo Stato.
Ed è proprio in questo contesto che va letta l'avanzata degli alleati di Bolsonaro nelle competizioni legislative e statali.
Analisi delle Elezioni 2026 nel 1o turno
Il dato che colpisce è la forza dimostrata dal campo conservatore in Parlamento e nelle competizioni statali, a fronte di un risultato presidenziale più ravvicinato. Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% di Lula. Sono numeri ufficiali, che fotografano un Paese diviso e una forza politica che conserva una base elettorale considerevole.
È qui che il giornalismo dovrebbe smettere di limitarsi alle etichette e cominciare a fare le domande scomode. Perché le scelte degli elettori possono divergere tra le diverse schede, ma ogni differenza significativa merita di essere analizzata con i dati delle singole sezioni, non liquidata né trasformata automaticamente in una prova di frode.
C'è inoltre un fatto concreto che non può essere ignorato: durante lo scrutinio del 4 ottobre, il sistema di divulgazione nazionale dei risultati presidenziali ha subito una temporanea interruzione dell'aggiornamento. Il Tribunale Superiore Elettorale ha attribuito il problema a un modulo informatico di pubblicazione dei dati, precisando che le urne non avevano smesso di registrare i voti e che i risultati delle singole sezioni erano consultabili attraverso i bollettini elettorali.
Questa spiegazione ufficiale va riportata. Ma riportarla non significa rinunciare alla verifica: significa chiedere che i documenti siano accessibili, che le procedure siano controllabili e che eventuali contestazioni vengano affrontate sulla base di riscontri tecnici indipendenti. La trasparenza non è una concessione del potere, è un requisito della democrazia.
E mentre il dibattito si concentra sulle urne, il Supremo attraversa una crisi di credibilità che non può essere derubricata a propaganda bolsonarista. Reuters ha documentato nel settembre 2026 uno scontro interno alla Corte, con la richiesta di valutare un'indagine sul giudice Alexandre de Moraes in relazione a sospetti sui suoi rapporti con un banchiere coinvolto in un caso finanziario. Moraes ha respinto le accuse e ha contestato la condotta del collega che aveva reso pubblici gli elementi. Il caso, dunque, è oggetto di controversia e non equivale a una responsabilità giudiziariamente accertata; resta però un episodio che rende ancora più urgente interrogarsi sull'indipendenza e sulla credibilità dell'istituzione.
Ecco ciò che una parte del commento progressista sembra non voler comprendere: il problema brasiliano non si esaurisce nella figura di Bolsonaro. Riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, il rapporto tra potere politico e potere giudiziario, la libertà di contestare le decisioni pubbliche e la capacità dello Stato di garantire regole credibili per tutti.
Quando una parte così ampia dell'elettorato sostiene candidati che promettono di ridimensionare l'influenza del Supremo, non basta parlare di estremismo. Bisogna domandarsi quali comportamenti istituzionali abbiano alimentato quella richiesta, quali riforme siano necessarie e come ristabilire un equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il Fatto Quotidiano può certamente sostenere che Bolsonaro e i suoi alleati rappresentino un rischio per la democrazia. Ma, se vuole offrire un'analisi completa, deve concedere lo stesso spazio alle contestazioni rivolte alle istituzioni che si presentano come sue custodi. La democrazia non può essere difesa soltanto quando il potere è nelle mani della parte politica preferita.
Il Brasile ha bisogno di giustizia, di trasparenza e di istituzioni che sappiano dimostrare la propria imparzialità. Ha bisogno di una magistratura autorevole, ma non sottratta alla critica; di elezioni verificabili, ma non trasformate in una guerra permanente tra fazioni; di un giornalismo capace di mettere in discussione tanto Bolsonaro quanto Lula e il Supremo.
La vera domanda non è se piaccia o meno Bolsonaro. La vera domanda è se in Brasile tutti i poteri siano sottoposti alle stesse regole e se tutti i cittadini possano avere fiducia nel sistema che decide il loro futuro.
Chi denuncia un golpe deve dimostrare le proprie accuse. Ma chi pretende di aver salvato la democrazia deve essere disposto a rispondere delle proprie decisioni.
E chi racconta il Brasile dall'Italia dovrebbe ricordarsi che, dietro le percentuali, le sentenze e le battaglie politiche, ci sono oltre 200 milioni di persone. Non comparse di una narrazione ideologica, ma cittadini che hanno il diritto di chiedere verità, giustizia e rispetto del proprio voto.
Perché il giornalismo non dovrebbe mai scegliere quali domande siano legittime in base a chi rischia di trarne vantaggio. Dovrebbe avere il coraggio di porle tutte. Anche quelle che disturbano la propria parte politica.
Andrea Ruggeri
O FAKE QUOTIDIANO: UMA LEITURA IDEOLÓGICA DAS ELEIÇÕES BRASILEIRAS
Há analistas que já o chamam de "Il Fake Quotidiano". Nós nos limitamos a contestar as análises falsas sobre o Brasil.
Existe uma maneira de abordar a política que consiste em analisar os fatos, inclusive quando são inconvenientes. E existe outra que consiste em encaixá-los em uma moldura ideológica previamente definida, dividindo o mundo entre os bons democratas e os maus extremistas. A leitura das eleições brasileiras proposta pelo Fatto Quotidiano, a meu ver, pertence à segunda categoria: uma narrativa que insiste nos espantalhos da extrema direita, mas não enfrenta com a mesma determinação a crise de credibilidade das instituições que contribuiu para levar o Brasil à situação atual.
O artigo fala em "banho de sangue", "impulsos golpistas" e em uma direita que ameaçaria a democracia. Mas, quando se fala do Brasil, é preciso ter a coragem de olhar também para o outro lado. É preciso discutir o papel assumido pelo Supremo Tribunal Federal (STF), as decisões de seus ministros, o conflito com Jair Messias Bolsonaro e as consequências que esse confronto produziu na vida política de um país com mais de 200 milhões de habitantes.
Porque o Brasil não chegou até aqui por acaso. E não é possível compreender o que está acontecendo limitando-se a descrever Bolsonaro e seus aliados como uma ameaça, sem questionar a conduta daqueles que, em nome da defesa da democracia, exerceram um poder judiciário cada vez mais central no conflito político.
O Supremo Tribunal Federal deveria ser um dos pilares da democracia brasileira. Justamente por isso, suas decisões devem estar submetidas ao mais alto nível de transparência, responsabilidade e crítica pública. Quando uma Corte intervém em questões que afetam diretamente a disputa política, a liberdade de expressão, a atuação dos opositores e o destino de um ex-presidente, não basta invocar a autoridade dos magistrados para encerrar qualquer discussão.
A pergunta é simples: quem controla aqueles que exercem o poder em nome da Constituição?
As controvérsias envolvendo Alexandre de Moraes e outros integrantes do Supremo, as decisões tomadas contra o universo bolsonarista e os questionamentos sobre a proporcionalidade das intervenções judiciais alimentaram uma profunda fratura na sociedade brasileira. Para uma parcela expressiva do país, o problema não é apenas Bolsonaro: é o temor de que o Poder Judiciário tenha se transformado em protagonista do confronto político, em vez de atuar como garantidor de regras iguais para todos.
É justamente esse o ponto que uma narrativa ideológica corre o risco de esconder. Não basta classificar como golpista quem questiona o Supremo. É preciso examinar também as decisões contestadas, suas fundamentações, os efeitos produzidos e as garantias asseguradas àqueles que acabaram na mira da Justiça. Uma democracia não pode exigir que os cidadãos tenham confiança cega nas instituições: precisa conquistar essa confiança.
É daí que nasce a contestação mais radical, aquela que considera o que aconteceu com Bolsonaro e seu campo político não uma simples sucessão de processos judiciais, mas um processo de deslegitimação política que afetou a representação de milhões de brasileiros. Trata-se de uma interpretação que precisa confrontar os autos judiciais e os fundamentos das decisões; mas ela não pode ser descartada com um rótulo ideológico, como se fazer perguntas sobre a atuação do Supremo já fosse prova de hostilidade à democracia.
Quanto à suposta tentativa de golpe, é preciso parar de usar essa palavra apenas quando convém a um dos lados políticos. O termo costuma estar associado à tentativa de subverter a ordem constitucional, e as acusações dirigidas a Bolsonaro devem ser avaliadas com base nos autos e nas provas específicas. Mas o poder exercido pelas instituições também precisa ser submetido a um exame rigoroso. Se há suspeitas de uso distorcido do poder judiciário para influenciar a disputa política, é necessário analisar as decisões, seus efeitos e eventuais violações das garantias legais. A questão não se resolve declarando antecipadamente quem são os culpados e quem são os inocentes.
Quem acompanhou o Brasil de perto sabe que essa fratura não começou hoje. Bolsonaro tornou-se a principal referência de um eleitorado que não se identifica com o Partido dos Trabalhadores (PT) e que enxerga no sistema político e judiciário um conjunto de poderes que precisa ser questionado. As manifestações, as mobilizações e as reivindicações por transparência eleitoral devem ser examinadas em seu contexto: não é correto transformar automaticamente todo apoiador de Bolsonaro em inimigo da democracia, assim como não é correto considerar toda iniciativa de seus aliados uma prova de inocência.
O ponto político é que uma parcela do Brasil já não aceita que sua representação seja retratada exclusivamente sob a categoria do extremismo. Quer respostas sobre a Justiça, a imparcialidade das instituições e a possibilidade de contestar decisões judiciais sem ser automaticamente tratada como uma ameaça ao Estado.
E é precisamente nesse contexto que deve ser interpretado o avanço dos aliados de Bolsonaro nas disputas legislativas e estaduais.
Análise das Eleições de 2026 no Primeiro Turno
O dado que mais chama a atenção é a força demonstrada pelo campo conservador no Parlamento e nas disputas estaduais, diante de um resultado presidencial mais apertado. Flávio Bolsonaro obteve 47,03% dos votos válidos, contra 45,16% de Lula. São números oficiais que retratam um país dividido e uma força política que mantém uma base eleitoral expressiva.
É justamente nesse ponto que o jornalismo deveria deixar de se limitar a rótulos e começar a fazer as perguntas incômodas. As escolhas dos eleitores podem divergir de uma cédula para outra, mas toda diferença significativa merece ser analisada com base nos dados de cada seção eleitoral, e não descartada nem automaticamente transformada em prova de fraude.
Há também um fato concreto que não pode ser ignorado: durante a apuração de 4 de outubro, o sistema nacional de divulgação dos resultados presidenciais sofreu uma interrupção temporária na atualização dos dados. O Tribunal Superior Eleitoral (TSE) atribuiu o problema a um módulo informatizado de publicação dos dados, esclarecendo que as urnas não haviam deixado de registrar os votos e que os resultados de cada seção podiam ser consultados por meio dos boletins de urna.
Essa explicação oficial deve ser registrada. Mas registrá-la não significa abrir mão da verificação: significa exigir que os documentos estejam acessíveis, que os procedimentos possam ser fiscalizados e que eventuais contestações sejam examinadas com base em avaliações técnicas independentes. A transparência não é uma concessão do poder, mas um requisito da democracia.
Enquanto o debate se concentra nas urnas, o Supremo atravessa uma crise de credibilidade que não pode ser reduzida a mera propaganda bolsonarista. A Reuters documentou, em setembro de 2026, um conflito interno na Corte, com um pedido para que fosse avaliada uma investigação sobre o ministro Alexandre de Moraes, relacionada a suspeitas envolvendo suas relações com um banqueiro implicado em um caso financeiro. Moraes rejeitou as acusações e contestou a conduta do colega que havia tornado públicos os elementos do caso. Trata-se, portanto, de uma controvérsia, e não de uma responsabilidade judicialmente comprovada. Ainda assim, é um episódio que torna ainda mais urgente a discussão sobre a independência e a credibilidade da instituição.
Eis o que uma parte do comentário progressista parece não querer compreender: o problema brasileiro não se resume à figura de Bolsonaro. Envolve a confiança dos cidadãos nas instituições, a relação entre o poder político e o poder judiciário, a liberdade de contestar decisões públicas e a capacidade do Estado de garantir regras confiáveis para todos.
Quando uma parcela tão expressiva do eleitorado apoia candidatos que prometem reduzir a influência do Supremo, não basta falar em extremismo. É preciso perguntar quais condutas institucionais alimentaram essa demanda, quais reformas são necessárias e como restabelecer o equilíbrio entre os Poderes do Estado.
O Fatto Quotidiano pode, naturalmente, sustentar que Bolsonaro e seus aliados representam um risco para a democracia. Mas, se pretende oferecer uma análise completa, precisa dedicar o mesmo espaço aos questionamentos dirigidos às instituições que se apresentam como suas guardiãs. A democracia não pode ser defendida apenas quando o poder está nas mãos da corrente política preferida.
O Brasil precisa de Justiça, transparência e instituições capazes de demonstrar sua imparcialidade. Precisa de um Judiciário respeitado, mas não imune à crítica; de eleições verificáveis, mas não transformadas em uma guerra permanente entre facções; de um jornalismo capaz de questionar tanto Bolsonaro quanto Lula e o Supremo.
A verdadeira questão não é gostar ou não de Bolsonaro. A verdadeira questão é saber se, no Brasil, todos os poderes estão submetidos às mesmas regras e se todos os cidadãos podem confiar no sistema que decide seu futuro.
Quem denuncia uma tentativa de golpe precisa apresentar provas de suas acusações. Mas quem afirma ter salvado a democracia deve estar disposto a responder por suas próprias decisões.
E quem conta a história do Brasil a partir da Itália deveria lembrar que, por trás das porcentagens, das sentenças e das disputas políticas, existem mais de 200 milhões de pessoas. Não figurantes de uma narrativa ideológica, mas cidadãos que têm o direito de exigir verdade, Justiça e respeito ao próprio voto.
Porque o jornalismo jamais deveria escolher quais perguntas são legítimas de acordo com quem pode se beneficiar delas. Deveria ter a coragem de fazer todas as perguntas. Inclusive aquelas que incomodam o seu próprio lado político.
Andrea Ruggeri
