L’Italia musicale vale più di così

Fabio Fazio ha preso l'arte di Ornella Vanoni e ne ha fatto un calderone. Ornella senza Fine apprezzato politicamente da sinistra perché Fazio è il loro portavoce e da alcuni nostalgici di destra, ma molto nostalgici.
Ogni volta che scorrono i soliti nomi – Mahmood, Mengoni, Annalisa, Emma, Bertè, Elisa, Mannoia, Morandi, con l'immancabile richiamo alla "grande" Vanoni – mi assale una sensazione precisa: non di fastidio, ma di stanchezza.
Non è una questione di talento, sarebbe intellettualmente scorretto negarlo. È una questione di tempo, di fase storica, di futuro mancato.
Non è una critica alla Nove, la Rai arriva ad essere anche peggio alcune volte, vedi "L'anno che verrà" e Sanremo, ma lo è da annie diretta dagli stessi personaggi di cui sto parlando, mica da altri.
L'Italia musicale oggi vale molto di più di ciò che viene rappresentato. Ma non lo sa, o peggio, fa finta di non saperlo.
Il problema non sono gli artisti
Chiariamolo subito: questi artisti hanno avuto – e alcuni hanno ancora – un ruolo importante. Hanno scritto pagine significative della musica italiana.
Ma continuare a riproporli come se fossero l'unico orizzonte possibile non è omaggio: è conservazione, è paura del nuovo, è immobilismo travestito da rispetto.
Il problema non è chi sale sul palco.
Il problema è chi decide chi può salirci.
Un sistema che non rischia più
La musica italiana mainstream è diventata un sistema chiuso, autoreferenziale, politicamente ed editorialmente blindato.
Un circuito che:
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non rischia
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non sperimenta
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non rompe il linguaggio
Si preferisce il nome noto, il volto riconoscibile, l'artista "gestibile".
Il risultato? Canzoni perfette, ben prodotte, ben cantate… e inermi.
Brani che non disturbano, non dividono, non fanno pensare.
Gaber e Jannacci: l'eccezione che spiega tutto
Quando si citano Gaber e Jannacci, nessuno protesta. Perché?
Perché loro non cercavano consenso, lo mettevano in crisi.
Erano ironici, crudeli, poetici, scomodi.
Erano artisti che spostavano il punto di vista, non solo le note.
Ed è qui la differenza fondamentale:
oggi celebriamo la bravura, ieri si celebrava il coraggio.
La politica musicale
Parlare di "politica musicale" non è un'esagerazione.
Oggi la musica è amministrata come un assessorato:
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equilibri da non rompere
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quote implicite
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narrazioni controllate
Chi è fuori dagli schemi resta fuori.
Chi osa davvero non passa.
Chi propone un linguaggio nuovo viene definito "non adatto".
Non inadatto all'arte.
Inadatto al sistema.
"Passati" non è un insulto
Dire che certi artisti sono "passati" non è una mancanza di rispetto.
È una constatazione storica.
Il mondo cammina, i linguaggi cambiano, le contaminazioni accelerano.
Restare fermi non è fedeltà alla tradizione: è paura del presente.
Conclusione
L'Italia musicale è ricca, viva, sotterranea, plurale.
Ma ciò che arriva in superficie racconta solo una piccola parte, sempre la stessa, sempre rassicurante.
E allora sì, viene da dire NO.
NO alla nostalgia travestita da qualità.
NO alla comfort zone elevata a cultura nazionale.
Perché l'Italia vale di più.
E prima o poi dovrà avere il coraggio di dimostrarlo.
Masaniello Pasquino
