La terra trema sempre di più perché? È colpa del sole?

15.08.2026

La Terra trema sempre di più? E se il Sole avesse qualcosa a che fare con tutto questo?

Non si erano più sentiti dagli anni Ottanta, quando cioè si cominciò a registrare sistematicamente e automaticamente la sismicità del pianeta.

Da allora abbiamo iniziato a vedere la Terra in un modo completamente diverso.

Abbiamo riempito archivi di terremoti, installato reti sismiche sempre più sensibili, messo in orbita satelliti capaci di osservare il Sole e la ionosfera e costruito cataloghi che oggi permettono di confrontare decenni di dati.

E quando si guarda questa enorme quantità di informazioni, una domanda torna periodicamente a galla:

perché negli ultimi anni abbiamo l'impressione — e in alcuni cataloghi anche l'evidenza statistica — di assistere a una crescente concentrazione di terremoti importanti?

La risposta più immediata della geologia è nota: placche tettoniche, faglie, accumulo di stress e rilascio improvviso dell'energia.

Ed è certamente la spiegazione principale.

Ma c'è un'altra domanda, molto più scomoda.

E se la tettonica non fosse l'unico elemento da considerare?

Non significa sostenere che il Sole provochi i terremoti.

Significa chiedersi se un sistema già arrivato vicino alla rottura possa essere influenzato, anche minimamente, da ciò che accade nello spazio.

Ed è proprio qui che la storia diventa interessante.

Il pianeta che abbiamo iniziato a vedere soltanto dagli anni Ottanta

Prima delle moderne reti sismiche, una parte enorme dei terremoti semplicemente non veniva registrata.

Oggi la situazione è completamente diversa.

Le reti strumentali consentono di individuare anche eventi estremamente piccoli e di ricostruire con precisione crescente posizione, profondità e magnitudo dei terremoti.

L'INGV stesso gestisce una grande quantità di archivi sismologici e banche dati, alcune delle quali hanno copertura internazionale.

Questo è fondamentale quando si cerca di capire se la Terra stia davvero diventando più sismica.

Perché una cosa è vedere più terremoti.

Un'altra è dimostrare che si stiano verificando più terremoti rispetto al passato a parità di soglia, qualità e capacità di rilevamento.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

Perché negli ultimi anni, osservando i cataloghi e le sequenze sismiche, la sensazione di una Terra particolarmente inquieta è diventata difficile da ignorare.

Giappone.

Indonesia.

Russia orientale.

Kamčatka.

Curili.

Filippine.

Papua Nuova Guinea.

Polinesia.

Nuova Zelanda.

Alaska.

Messico.

America centrale.

Cile.

Perù.

Caraibi.

Mediterraneo.

Sono alcune delle zone nelle quali la Terra manifesta con maggiore frequenza la propria attività.

E quasi tutte hanno qualcosa in comune.

Sono concentrate lungo i margini delle grandi placche tettoniche.

L'Anello di Fuoco

Se esiste una zona del pianeta capace di far capire quanto sia dinamica la Terra, è il Pacifico.

Il cosiddetto Anello di Fuoco comprende una gigantesca fascia che dal Sud America risale lungo la costa occidentale americana, attraversa l'Alaska, raggiunge Kamčatka e le Curili, il Giappone, le Filippine, l'Indonesia, Papua Nuova Guinea e arriva fino alla Nuova Zelanda.

Qui le placche si scontrano, si infilano una sotto l'altra, scorrono lateralmente e accumulano enormi quantità di energia.

È il motivo per cui il Giappone può essere colpito da terremoti devastanti.

È il motivo per cui l'Indonesia rappresenta uno dei territori più sismicamente attivi della Terra.

È il motivo per cui Kamčatka e le Curili registrano alcuni dei terremoti più potenti del pianeta.

È il motivo per cui la Nuova Zelanda vive sopra un complesso sistema di faglie.

E proprio perché questi luoghi producono continuamente terremoti, diventano anche i laboratori naturali più interessanti per capire se esista qualcosa che possa modulare, anche soltanto marginalmente, il momento della rottura.

Poi qualcuno ha guardato verso il Sole

Nel 2020 quattro ricercatori dell'INGV — Vito Marchitelli, P. Harabaglia, C. Troise e G. De Natale — hanno pubblicato su Scientific Reports uno studio che ha riacceso una discussione rimasta per anni ai margini.

Hanno confrontato vent'anni di dati del satellite SOHO, dal 1996 al 2016, con i grandi terremoti registrati nel mondo.

Il risultato è stato sorprendente.

Gli autori hanno individuato una correlazione tra la densità dei protoni del vento solare e l'occorrenza di terremoti di magnitudo superiore a 5,6, con un ritardo di circa 24 ore.

Nel loro modello statistico la probabilità associata alla correlazione risultava estremamente bassa, inferiore a 10⁻⁵.

E c'era un altro elemento che attirava l'attenzione:

più alta era la magnitudo considerata, più evidente risultava il segnale.

Il Sole, dunque, potrebbe avere qualcosa a che fare con i terremoti?

Attenzione.

Qui bisogna fermarsi.

Una correlazione non è una causa.

Lo studio non dimostra che un brillamento solare provochi un terremoto.

Ma pone una domanda.

Ed è una domanda tutt'altro che banale.

Il Sole non dovrebbe rompere la faglia

L'ipotesi proposta è molto più sottile di quella raccontata spesso sui social.

Il Sole non dovrebbe creare una faglia.

Non dovrebbe accumulare milioni di anni di stress al posto delle placche.

E non dovrebbe essere lui a generare l'energia del terremoto.

L'idea è un'altra.

Una faglia può trovarsi già in una condizione estremamente critica.

La roccia è sottoposta a stress.

La pressione aumenta.

I fluidi circolano.

Le superfici di faglia interagiscono.

Il sistema può essere vicino al limite.

In questa situazione, anche una perturbazione molto piccola potrebbe, almeno teoricamente, modificare leggermente le condizioni elettriche e meccaniche del sistema.

Ed ecco la frase che riassume tutto:

il Sole non romperebbe la faglia. Potrebbe, forse, dare l'ultimo millimetro a qualcosa che stava già per rompersi.

Il problema è che bisogna dimostrare che quel millimetro esista davvero.

E soprattutto bisogna dimostrare che sia abbastanza grande.

Il problema dei numeri

È qui che la ricerca diventa molto più complicata.

Alcuni lavori hanno messo in dubbio che le correnti generate dai processi solare-terrestri siano sufficientemente intense da produrre variazioni di stress significative nelle rocce.

Quindi abbiamo una situazione apparentemente paradossale.

Da una parte:

la correlazione statistica è interessante.

Dall'altra:

il meccanismo fisico non è ancora chiuso.

È uno dei problemi più affascinanti della scienza: i dati possono suggerire qualcosa prima che la fisica riesca completamente a spiegarlo.

La strada del calore

Non esiste però soltanto l'ipotesi elettrica.

Un altro filone di ricerca, sviluppato all'Università di Tsukuba, ha studiato una possibilità molto più terrestre: il calore.

Durante i periodi di maggiore attività solare, l'irraggiamento può produrre variazioni della temperatura superficiale terrestre dell'ordine di pochi decimi di grado.

Sembra niente.

Ma nelle rocce superficiali anche piccole variazioni possono modificare la presenza dell'acqua, la pressione nei pori e alcune proprietà meccaniche del materiale.

Ancora una volta, però, non stiamo parlando di un Sole che "accende" un terremoto.

Parliamo eventualmente di una modulazione.

Una piccola variazione di probabilità in un sistema già vicino al limite.

Poi c'è la ionosfera

E qui arriviamo a uno dei campi di ricerca più controversi e affascinanti: il Lithosphere-Atmosphere-Ionosphere Coupling, o LAIC.

L'idea è che litosfera, atmosfera e ionosfera non siano compartimenti completamente isolati, ma possano interagire.

Un terremoto importante nasce nella crosta.

Il Sole disturba la magnetosfera e la ionosfera.

Tra questi due mondi potrebbe esistere una catena di interazioni ancora non completamente compresa.

Il Sole, in questo scenario, potrebbe quindi agire non direttamente sulla faglia, ma sull'ambiente elettromagnetico terrestre.

È una possibilità.

Non una certezza.

Ed è proprio per studiare queste interazioni che sono stati sviluppati programmi satellitari e osservativi come CSES-LIMADOU, con una partecipazione importante della ricerca italiana.

Perché proprio Giappone, Indonesia, Russia, Polinesia e Nuova Zelanda?

Perché se davvero esistesse un piccolo effetto esterno capace di modulare la probabilità di rottura di una faglia, avrebbe senso cercarlo dove le faglie sono già estremamente attive.

Il Giappone è uno dei luoghi più osservati del pianeta.

L'Indonesia è attraversata da una delle più importanti zone di subduzione.

La Kamčatka e le Curili sono una gigantesca macchina sismica.

Le Filippine e Papua Nuova Guinea si trovano in una delle regioni tettonicamente più complesse della Terra.

La Nuova Zelanda è attraversata da un sistema di faglie attive.

E nel Pacifico, tra Polinesia e altre isole oceaniche, si estende una delle più vaste aree vulcaniche e sismiche del pianeta.

Se dunque si volesse cercare un eventuale segnale solare, queste sarebbero alcune delle zone dove guardare.

Ma c'è un problema.

Più terremoti ci sono, più è facile trovare coincidenze.

Per questo servono statistiche estremamente rigorose.

E arriviamo alla domanda più difficile: sono davvero aumentati?

È la domanda che non possiamo più liquidare semplicemente guardando la televisione o contando i terremoti che finiscono sui giornali.

Perché oggi sappiamo praticamente tutto.

Ogni giorno possiamo vedere terremoti che avvengono dall'altra parte del mondo.

Possiamo seguire una sequenza in Giappone in tempo reale.

Possiamo sapere immediatamente cosa è successo in Indonesia, in Alaska, in Nuova Zelanda o in Sud America.

Negli anni Ottanta tutto questo non esisteva nella stessa forma.

Ma questo non significa automaticamente che l'impressione di aumento sia falsa.

È proprio qui che bisogna guardare i cataloghi, uniformare le soglie di magnitudo, distinguere gli eventi principali dalle repliche e confrontare periodi sufficientemente lunghi.

Ed è questo il dato che merita attenzione: negli ultimi anni, osservando le serie di terremoti disponibili, emerge una concentrazione di eventi che almeno statisticamente merita di essere analizzata, soprattutto quando si restringe l'attenzione ai terremoti più forti.

Non significa ancora che la Terra stia "impazzendo".

Significa che la domanda è abbastanza interessante da meritare una verifica seria.

Venezuela, Colombia e il ritorno della domanda

Quando arrivano in rapida successione terremoti molto forti, la domanda torna inevitabilmente.

Nel 2026 il Venezuela e la Colombia sono tornati al centro dell'attenzione dopo forti eventi nella regione caraibica e sudamericana.

E ancora una volta qualcuno ha guardato verso l'alto.

Verso il Sole.

La risposta più seria, però, non è né "sì" né "no".

È:

non lo sappiamo ancora.

La regione ha una spiegazione tettonica estremamente solida.

Le placche caraibica e sudamericana interagiscono lungo un sistema complesso di faglie.

Quindi non abbiamo bisogno del Sole per spiegare perché lì avvengano terremoti.

Ma questo non risponde necessariamente alla domanda più sottile:

l'attività solare può modificare, anche solo di una frazione, la probabilità che una faglia già pronta si rompa proprio in quel momento?

Questa è la domanda scientificamente interessante.

Il caso del Giappone

Il Giappone è forse il luogo in cui questa domanda appare più inquietante.

Terremoti frequenti.

Subduzione.

Faglie attive.

Oceano.

Vulcanismo.

Una quantità enorme di strumenti.

E una lunghissima serie storica di dati.

Quando un grande terremoto colpisce il Giappone durante un periodo di intensa attività solare, la coincidenza attira inevitabilmente l'attenzione.

Ma anche qui vale la regola fondamentale:

coincidenza non significa causalità.

Servono decine di anni di dati.

Servono analisi indipendenti.

Servono modelli che possano essere replicati.

E soprattutto servono previsioni che funzionino meglio del caso.

La cosa che cambierebbe tutto

Immaginiamo per un momento che tra dieci o vent'anni venga dimostrato che un determinato tipo di attività solare aumenta anche solo leggermente la probabilità di un grande terremoto.

Non significherebbe che potremmo dire:

"Domani alle 15:00 ci sarà un terremoto a Tokyo."

Assolutamente no.

Significherebbe qualcosa di molto più modesto e, allo stesso tempo, molto importante.

Potremmo forse dire:

"In queste condizioni, una determinata area presenta una probabilità leggermente maggiore di entrare in una fase di instabilità."

Sarebbe già una rivoluzione.

Perché oggi sappiamo dove sono le faglie.

Sappiamo quali sono le zone pericolose.

Sappiamo monitorare deformazioni, terremoti, fluidi e molti altri parametri.

Ma non sappiamo ancora prevedere con precisione il momento della rottura.

Se un giorno scoprissimo che anche l'ambiente spaziale contribuisce a modulare quella probabilità, avremmo aggiunto un nuovo pezzo al puzzle.

E allora perché questa storia continua a tornare?

Perché c'è una cosa che la scienza non può permettersi di fare:

confondere ciò che non è ancora spiegato con ciò che non esiste.

Il fatto che non sia stata dimostrata una causa solare non significa che ogni correlazione sia priva di interesse.

Allo stesso tempo, trovare una correlazione non significa aver scoperto la causa.

È proprio nello spazio compreso tra queste due affermazioni che si trova la ricerca seria.

Oggi abbiamo:

una correlazione statistica interessante tra alcuni parametri solari e i grandi terremoti;

diversi possibili meccanismi fisici;

osservazioni ionosferiche;

satelliti;

decenni di cataloghi sismici;

e una Terra che, osservata attraverso gli strumenti moderni, ci appare sempre più dettagliata.

Quello che ancora non abbiamo è la prova definitiva che colleghi tutti questi elementi.

La domanda rimane aperta

Forse nei prossimi anni scopriremo che il Sole non ha praticamente alcun ruolo.

Forse scopriremo che esiste un effetto minuscolo, impossibile da notare senza enormi quantità di dati.

Oppure potremmo scoprire che alcune condizioni solari contribuiscono davvero a modificare la probabilità di rottura delle faglie già prossime al limite.

Una cosa, però, è certa.

La Terra non è un sistema isolato.

Sopra di noi c'è un Sole che produce continuamente particelle, campi magnetici e radiazione.

Sotto di noi ci sono placche che si muovono lentamente e faglie che accumulano energia per decenni o secoli.

Tra questi due mondi c'è la ionosfera, l'atmosfera e una quantità enorme di fenomeni che stiamo ancora imparando a comprendere.

Forse il terremoto rimarrà una questione esclusivamente tettonica.

Forse no.

E mentre continuiamo a contare i terremoti che si susseguono in Giappone, Indonesia, Russia, Polinesia, Nuova Zelanda e lungo tutto l'Anello di Fuoco, una domanda continuerà a rimanere sospesa:

stiamo semplicemente osservando meglio una Terra che ha sempre tremato allo stesso modo, oppure qualcosa nel comportamento del pianeta sta davvero cambiando?

La risposta, per ora, non è scritta.

Ma i dati sono lì.

E continuano ad aumentare. 
E noi in Italia  ad osservare peg il momento 19.000 tremori all’anno, tutti piccoli, ma noi sappiamo che prima o poi faremo i conti con tremori piu seri e allora forse invece di buttare soldi in mascherine farlocche, in monopattini e armi, faremmo meglio a prepararci. 
la fake pandemia ha dimostrato la nostra incapacita non facciamo lo stesso con terremoti e vulcani, dopo ….. è sempre troppo tardi.
Andrea Ruggeri
 

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