Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino

20.08.2026

Quando il giornalismo investigativo fa davvero il suo mestiere

Ci sono storie che spiegano meglio di qualunque trattato perché il giornalismo investigativo sia ancora indispensabile. Non perché il giornalista debba sostituirsi alla magistratura, alla scienza o agli investigatori, ma perché il suo compito è spesso quello più semplice e più difficile allo stesso tempo: controllare i fatti, verificare i documenti e non accontentarsi della prima versione disponibile.

Una di queste storie arriva dagli Stati Uniti e riguarda una materia che interessa milioni di persone: la ricerca sull'Alzheimer.

Nel 2006 la prestigiosa rivista Nature pubblicò uno studio guidato da Sylvain Lesné, che sosteneva di avere individuato una particolare forma della proteina beta-amiloide, denominata Aβ*56, capace di compromettere la memoria. Lo studio divenne molto influente e fu citato migliaia di volte.

Sedici anni dopo, nel 2022, il neurobiologo Matthew Schrag, della Vanderbilt University, individuò anomalie nelle immagini di diversi lavori scientifici. La vicenda arrivò al giornalista di Science, Charles Piller, che non si limitò a riprendere le accuse: cominciò a verificare sistematicamente il materiale, confrontando immagini, pubblicazioni e risultati con esperti del settore.

Il risultato fu un'inchiesta giornalistica di grande precisione. Piller documentò immagini che presentavano caratteristiche compatibili con manipolazioni, duplicazioni e altre anomalie. L'inchiesta non si fermò al singolo articolo, ma cercò di capire quanto fosse esteso il problema e quali conseguenze potesse avere sulla ricerca sull'Alzheimer.

Il particolare che dovrebbe interessare ogni giornalista

La cosa più importante, tuttavia, non è soltanto ciò che Charles Piller scoprì. È come lo scoprì e come lo raccontò.

Non bastava dire: «Questo scienziato ha falsificato una ricerca».

Bisognava dimostrare perché alcune immagini fossero sospette, farle esaminare, confrontarle con altri lavori, chiedere spiegazioni agli interessati e sottoporre le conclusioni a ulteriori verifiche.

È questa la differenza tra un'inchiesta e una storia costruita per confermare una tesi già decisa.

Nel giugno 2024 Nature ritirò formalmente lo studio del 2006. La nota di ritrattazione parla di manipolazioni delle immagini, comprese operazioni di splicing, duplicazioni e l'utilizzo di uno strumento di cancellazione. La rivista aggiunse che i dati non potevano essere verificati sulla base della documentazione disponibile.

Questo non significa, però, che si possa trasformare automaticamente quella vicenda nella dimostrazione che tutta la ricerca sull'amiloide fosse falsa o che tutti i farmaci sviluppati successivamente siano stati inutili. Sarebbe la stessa scorrettezza metodologica che si vuole denunciare.

Ed è proprio qui che il caso diventa una lezione di giornalismo.

Il giornalista non deve avere una conclusione: deve avere una domanda

Un buon investigatore parte da un dubbio e segue le tracce.

Non sa necessariamente dove arriverà.

Matthew Schrag e Charles Piller hanno seguito immagini scientifiche apparentemente anomale fino a mettere in discussione un lavoro pubblicato da una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo.

È un metodo lento.

È un metodo faticoso.

È anche un metodo che raramente produce ogni settimana un nuovo «scandalo».

Ma è esattamente quello che dovrebbe essere il giornalismo investigativo.

Il problema italiano

È proprio per questo che sarebbe utile riflettere sullo stato del giornalismo investigativo italiano.

Quando l'inchiesta giornalistica diventa una gara permanente alla ricerca del nuovo scandalo, il rischio è che la necessità di produrre continuamente «nuovi scoop» finisca per modificare il metodo stesso dell'inchiesta.

La tentazione può diventare quella di partire dalla conclusione e cercare successivamente gli elementi che la confermano.

È il contrario del metodo investigativo.

Non significa che ogni inchiesta televisiva o giornalistica debba essere considerata falsa, né che le controversie che coinvolgono singoli giornalisti possano essere utilizzate per screditare un'intera professione.

Il caso Sigfrido Ranucci–Valter Lavitola, per esempio, richiede particolare cautela: Lavitola è indagato dalla Procura di Roma nell'inchiesta sull'attentato contro Ranucci, e gli inquirenti stanno ancora ricostruendo il movente e i rapporti tra le persone coinvolte. Non si tratta quindi di una responsabilità giudiziariamente accertata.

Allo stesso tempo, la vicenda ha aperto interrogativi sul rapporto tra Lavitola e Report. La Procura sta verificando anche le presenze dell'imprenditore nella redazione della trasmissione e le ragioni di tali frequentazioni. Ranucci, da parte sua, ha negato che le inchieste di Report siano state condizionate da Lavitola.

Ed è proprio questo il punto.

Il giornalismo investigativo non può chiedere agli altri uno standard di prova che non è disposto ad applicare a se stesso.

Se un'inchiesta accusa qualcuno, deve documentare.

Se presenta un documento, deve verificarne l'autenticità.

Se utilizza una fonte, deve valutarne l'affidabilità.

Se una fonte ha precedenti penali o interessi personali, questo non significa automaticamente che ciò che racconta sia falso; significa che il giornalista deve fare ancora più verifiche.

E soprattutto, quando una parte della storia non regge, bisogna avere il coraggio di correggere o ritirare ciò che è stato pubblicato.

La differenza tra un errore e un'inchiesta costruita

Un errore giornalistico può accadere.

Un'inchiesta seria può partire da un'informazione sbagliata e arrivare alla conclusione che quella pista non porta da nessuna parte.

Il problema nasce quando la necessità di «avere lo scoop» diventa più importante della verifica.

A quel punto le immagini possono essere montate, le frasi estrapolate, le fonti selezionate, i documenti presentati senza il contesto necessario e una serie di elementi apparentemente indipendenti può essere trasformata artificialmente in una storia coerente.

Il pubblico vede un'inchiesta.

Ma il metodo non è più investigativo.

È narrativo.

La vera forza dell'inchiesta

Il caso Piller–Schrag dimostra invece che una grande inchiesta non ha bisogno di effetti speciali.

Ha bisogno di tempo.

Di competenza.

Di documenti.

Di confronto.

Di capacità di ammettere ciò che ancora non si sa.

E soprattutto di una qualità oggi sempre più rara: la disponibilità a seguire i fatti anche quando conducono in una direzione diversa da quella inizialmente immaginata.

Questo dovrebbe essere il patrimonio del giornalismo investigativo.

Non l'appartenenza politica del giornalista.

Non il rapporto privilegiato con una fonte.

Non il numero di titoli ottenuti.

Non la capacità di produrre continuamente un nuovo caso.

Ma la capacità di dimostrare, passo dopo passo, che ciò che si sta raccontando è vero.

Perché alla fine vale sempre il vecchio proverbio:

«Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino».

E quando succede nel giornalismo, lo zampino non dovrebbe essere lasciato soltanto dallo scoop sbagliato.

Dovrebbe essere lasciato soprattutto dalla mancanza di metodo.

Andrea Ruggeri 

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