Universo 25 noi come i topi di Calhoun

Nell'esperimento "Universo 25", John B. Calhoun (noto etologo statunitense, famoso per i suoi studi sulla densità di popolazione e sui suoi effetti sul comportamento) creò un ambiente ideale per i topi: cibo e acqua illimitati, assenza di predatori e malattie, condizioni climatiche perfette. L'unico vero limite era lo spazio e, soprattutto, la densità sociale.
All'inizio la popolazione crebbe rapidamente. Quando però il numero di individui aumentò oltre una certa soglia, pur senza esaurire le risorse materiali, la colonia entrò in crisi: i ruoli sociali si saturarono, le gerarchie collassarono e le relazioni si disgregarono. Comparvero comportamenti patologici: aggressività estrema, abbandono dei piccoli, cannibalismo, ipersessualità caotica e isolamento sociale.
Si formarono gruppi disfunzionali, tra cui i cosiddetti "belli", individui ritirati dalla vita sociale e riproduttiva, concentrati solo su se stessi. La riproduzione crollò fino quasi a fermarsi del tutto: anche quando il numero di topi diminuì, la colonia non riuscì più a "ripartire". La società dei topi era morta prima ancora dei corpi: quella che Calhoun definì "prima morte", una morte sociale e comportamentale che precede l'estinzione biologica.
Conclusione di Calhoun: la sovrappopolazione non porta necessariamente al collasso per mancanza di risorse, ma perché distrugge l'organizzazione sociale. Quando gli individui capaci di ricoprire ruoli sono molti più dei ruoli disponibili, esplode il conflitto, si frantumano i legami, si perde la capacità di cooperare e riprodursi. In questo senso, una popolazione sovraffollata tende a eliminarsi da sé, non perché muore di fame, ma perché perde le condizioni sociali che rendono possibile continuare a vivere come comunità.

Oggi come se il numero 25 fosse una premonizione, la società umana sta distruggendo l'organizzazione sociale che era stata costruita in migliaia di anni, distrugge la famiglia, il concetto di Dio, Gesù, il bene ed il male e isola l'individuo, provoca comportamenti patologici: aggressività estrema, abbandono dei bambini, pedofilia, cannibalismo sociale, ipersessualità caotica e isolamento sociale, ognuno nel suo cellulare.

Tra i topi si formarono, gruppi disfunzionali, tra cui i cosiddetti "belli" o come dicono molti i "pricipessi", individui ritirati dalla vita sociale e riproduttiva, uomini concentrati solo su se stessi. Le donne si confrontano con loro o con i violenti e gli accoppiamenti veri diminuiscono o sono omosessuali e la riproduzione chiaramente crolla fino quasi a fermarsi del tutto, specialmente quando il numero degli esseri umani diminuisce. E sarà difficile ripartire.
Qualcuno tenta ancora di reagire, ma il tempo che resta è poco. Il declino della nostra società non è più una previsione: è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo già varcato la soglia di quella che Calhoun chiamava la "prima morte", la morte sociale e comportamentale che precede l'estinzione biologica. Non stiamo finendo per mancanza di risorse: stiamo collassando dall'interno, lentamente, in silenzio.
Andrea Ruggeri
Ps (1). Immagini riprodotte utilizzando nostre informazioni e create con IA. Ogni riferimento o similarità a persone reali è puramente casuale o involontario, anche se possibile visto il gran numero di "principessi"in circolazione.
Ps (2). Con "principesso" non si intende l'omosessualità né l'essere gay. Il maschile di principessa è "principe"; "principesso" è una definizione ironica e provocatoria, usata per descrivere uomini che assumono atteggiamenti narcisistici e infantili, più concentrati sull'estetica che sulle responsabilità. Non è una questione di orientamento sessuale, ma di mancanza di maturità e di responsabilità sociale, soprattutto verso la propria famiglia. L'imitazione caricaturale di modelli di bellezza femminili – ciglia finte, accessori, pose – diventa qui il simbolo di una fuga dall'essere adulti. Il tema non è la parità, ma la rinuncia al proprio ruolo e alla propria responsabilità.
Ps (3). Non è mia intenzione puntare il dito contro i "principessi" di turno, né giudicare chi si riconosce in quella figura simbolica. Le immagini, a volte, servono solo a riflettere ciò che siamo diventati: frammenti di un equilibrio che si è lentamente scomposto.
Il punto non è l'individuo, ma il contesto che lo ha reso possibile: una società che fatica a tenere insieme libertà personale e responsabilità collettiva. Ognuno può abitare il proprio mondo come crede, finché il proprio spazio non diventa invasione dello spazio altrui.
A tutti i "principessi" — reali o immaginari — auguro una buona giornata, e magari anche un buon risveglio.
