Il Dolore

Certo, chi può scrivere su un tale argomento è solo chi ci è passato davvero, chi ha vissuto sulla propria pelle ogni singolo momento, ogni attesa, ogni dolore, ogni silenzio, ogni umiliazione e disorganizzazione.
Rimanere a letto oltre 60 giorni e trascorrerne 43 in ospedale è un'esperienza che non auguro a nessuno; eppure, sono in molti ad averne assaggiato gli effetti, uscendo da quel tunnel profondamente segnati, danneggiati nel fisico e nell'anima, spesso senza che nessuno se ne accorga davvero.
Ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste parole. Non è stato semplice, non è stato immediato. Ma ora capirete, leggendo, che non potevo esimermi dal farlo: il silenzio, a un certo punto, diventa complicità, e io non potevo più permettermelo.
La mancanza di umanizzazione, la carenza di rispetto verso il malato, verso la sofferenza e il dolore, sono ormai troppo spesso superate dalla logica del guadagno e dalla freddezza, dalla mancanza di tatto di molti. Tutto questo mi ha obbligato a espormi. Senza paura, ma con profondo rispetto per chi, invece, svolge la propria professione con amore, dedizione e autentico rispetto verso il malato. Ma anche con la necessaria verità rivolta a coloro che pensano di avere davanti non una persona, bensì un prodotto, un corpo, un pezzo di carne da bucare, maltrattare e umiliare, dimenticando completamente l'umanità.
Avevo avvisato: "Lo sapete cosa faccio? Domando, osservo, scrivo." Eppure molti hanno riso, forti di quella sindrome del potere che credono di avere su noi poveri malati, convinti che il silenzio sia scontato, che tutto sia dovuto. Ora però la palla è tornata indietro, ed io userò lo stesso metodo usato da ciascuno di loro per raccontarvi cosa realmente succede quando ci si rivolge alla sanità. E non è una questione politica, sperando nel futuro, ma profondamente sociale, umana, che riguarda tutti, nessuno escluso.
Parlerò della vergogna e dei litigi al pronto soccorso: non è accettabile restare 15 ore su una barella, al freddo, in un corridoio pieno di zanzare, con uno scompenso cardiaco e renale grave. Non siamo in Africa, né in Asia, tantomeno in Mongolia: siamo qui, in Italia.
Parlerò anche della rabbia di alcuni infermieri verso i pazienti e di come non si dovrebbero mai trattare persone malate, soprattutto se terminali. O si è consapevoli di avere davanti un essere umano, oppure è meglio cambiare mestiere.
Non mi stupisce più sentire certe notizie "Uccideva sull' ambulanza": c'è chi uccide fisicamente, e chi invece lo fa dentro, con umiliazioni che lasciano segni profondi e con cui è difficile convivere nel proprio cuore.
Preparatevi: ogni giorno sarò vicino a chi soffre, darò voce a chi non ne ha, ma prima vi racconterò cosa dobbiamo cambiare, cosa non può più essere ignorato, cosa non può più essere accettato.
Quindi a breve.
Andrea Ruggeri
