Il dramma dell’Uomo è vivere senza senso

21.08.2026

Ci sono momenti nella vita in cui le domande che abbiamo tenuto lontane tornano a bussare alla porta. Non chiedono permesso. Arrivano quando siamo più fragili, quando le nostre certezze si fanno più sottili e improvvisamente ci accorgiamo che il tempo non è infinito.

Quest'anno, in ospedale, ho avuto modo di pensare alla vita da una prospettiva diversa.

Quando la salute vacilla, anche solo per un periodo, qualcosa dentro di noi cambia. Le cose che sembravano urgenti diventano secondarie. Le ambizioni, le discussioni, le piccole rivalità quotidiane perdono il loro peso. E rimangono le domande essenziali.

Qual è il senso di tutto questo?

Che cosa ho fatto della mia vita?

Che cosa di buono ho ricevuto e che cosa di buono sono riuscito a lasciare?

Chi ho amato davvero?

Chi ho aiutato?

Chi ho ferito?

E soprattutto: sono davvero passato attraverso questa vita, oppure mi sono limitato ad attraversare i giorni?

Giovanni Paolo II, nella Fides et ratio, ha dato voce a questa inquietudine dell'uomo. Scrive che la vita può apparire «radicalmente priva di senso» e che la sofferenza rende inevitabile la domanda sul senso dell'esistenza. Ma aggiunge una cosa ancora più radicale: la prima certezza, oltre al fatto che esistiamo, è l'inevitabilità della morte. Di fronte a essa, l'uomo è costretto a domandarsi verso dove sia diretta la propria vita.

Sono parole che dovrebbero essere un monito per tutti, credenti e non credenti.

Perché il problema del nostro tempo non è soltanto vivere male. È, forse ancora prima, vivere senza una direzione.

Abbiamo strumenti per comunicare con il mondo intero, ma spesso non sappiamo più parlare con noi stessi. Possiamo conoscere in pochi secondi ciò che accade dall'altra parte del pianeta, ma facciamo fatica a rispondere alla domanda più vicina e più difficile: perché sono qui?

Corriamo, produciamo, consumiamo, programmiamo. Riempiamo le giornate di impegni, immagini, incontri, desideri. Eppure può accadere di arrivare alla sera con la sensazione di non aver veramente vissuto.

È quella che Giovanni Paolo II chiamava, con straordinaria lucidità, la «crisi del senso»: una condizione nella quale le conoscenze si moltiplicano, ma diventa sempre più difficile comprendere verso quale fine debba dirigersi la nostra esistenza.

E forse proprio qui sta il dramma dell'uomo contemporaneo.

Non nel fatto di non avere risposte a tutto.

Ma nel non avere più domande.

Perché una persona può anche non conoscere la risposta ultima sull'esistenza, può dubitare, può attraversare una stagione di smarrimento. Ma finché continua a chiedersi quale sia il significato della propria vita, conserva dentro di sé una direzione possibile.

Il vero pericolo è smettere di cercare.

Io quella domanda me la sono posta in ospedale. Certo da buon giornalista la domanda quella notte che morì la mia vicina Fortunata, pensai a fondo. Lei voleva suo figlio e le sue nipoti vicino, per dare l'ultimo addio.

Io no, io facevo un'analisi aspettando Cris.

E guardando indietro ho provato a fare una sorta di bilancio interiore. Non un bilancio fatto di denaro, di carriera o di risultati, ma di esperienze.

Ho pensato alle cose belle che ho ricevuto.

E alle cose dolorose.

Alle prime sono grato, perché mi hanno insegnato a gioire.

Alle seconde sono grato in modo diverso, perché mi hanno fortificato.

Non tutto ciò che riceviamo nella vita è buono. Ci sono incontri che feriscono, perdite che lasciano vuoti, delusioni che non avremmo mai voluto conoscere. Ma anche il dolore, quando non ci distrugge, può diventare una scuola. Può renderci più profondi, più comprensivi, meno superficiali.

E allora mi sono chiesto: sono sicuro di aver partecipato a questa vita?

La risposta, almeno oggi, è sì.

Perché ho scolpito nella mia esperienza momenti indimenticabili.

Ho conosciuto persone che hanno lasciato un segno.

Ho conosciuto la gioia e la sofferenza.

Ho sbagliato.

Ho imparato.

Ho ricevuto.

Ho dato, qualche volta forse poco, qualche volta spero abbastanza.

E ho incontrato persone che hanno cambiato il mio modo di guardare il mondo.

Una di queste è stata, senza dubbio, San Giovanni Paolo II.

Averlo incontrato sulla mia strada non significa soltanto aver incontrato una grande figura della Chiesa o della storia. Significa aver incontrato un uomo capace di ricordare all'uomo che la propria esistenza non può essere ridotta alla superficie delle cose.

Il suo messaggio, pur profondamente cristiano, contiene una domanda che appartiene a ogni persona: che cosa stai facendo della tua vita?

Giovanni Paolo II non invitava l'uomo a fuggire dalla realtà, ma a guardarla fino in fondo. Anche la morte, anche la sofferenza, anche il male diventano domande davanti alle quali non possiamo semplicemente voltare lo sguardo. La sua riflessione parte dalla ragione e dall'esperienza umana per arrivare, nel suo orizzonte cristiano, a Cristo come risposta ultima al desiderio di verità e di senso.

Ma prima ancora della risposta viene la domanda.

Ed è questa che forse abbiamo dimenticato.

Un giorno, ciascuno di noi si troverà davanti al proprio bilancio. Non necessariamente in un ospedale. Potrà accadere in una stanza silenziosa, davanti a una fotografia, durante una notte insonne o semplicemente quando il tempo avrà cominciato a far sentire il proprio peso.

E allora non conterà più quanto abbiamo posseduto.

Conterà quanto abbiamo vissuto.

Non conteranno soltanto i successi.

Conteranno le persone.

Non conterà l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Conterà ciò che saremo stati veramente.

E forse ci chiederemo se abbiamo lasciato qualcosa dietro di noi: non necessariamente grandi opere, ma un gesto, una parola, un affetto, un esempio, un ricordo capace di continuare a vivere negli altri.

Perché dare un senso alla propria vita non significa necessariamente compiere qualcosa di straordinario.

A volte significa amare bene.

Essere fedeli.

Saper chiedere perdono.

Avere il coraggio di ricominciare.

Prendersi cura di qualcuno.

Trasformare una sofferenza in comprensione.

Non passare accanto alla vita senza accorgersi che la vita ci stava accadendo.

Forse il senso non è una formula che troviamo una volta per tutte. È qualcosa che costruiamo attraverso le nostre scelte, attraverso gli incontri, attraverso il bene che riusciamo a riconoscere e quello che riusciamo a compiere.

Giovanni Paolo II ci ricorda però che questa ricerca non può essere abbandonata. Una vita priva della domanda sul senso rischia di diventare una vita governata soltanto dall'utilità, dal consumo, dal successo o dal piacere. E una società che dimentica le domande ultime può diventare potentissima nei mezzi e poverissima nei fini.

Ecco allora il monito.

Non aspettare di essere in ospedale per chiederti se hai vissuto.

Non aspettare la paura della morte per domandarti quale sia il valore della vita.

Non aspettare di perdere qualcosa per capire quanto fosse prezioso.

Fermati prima.

Guardati dentro.

Chiediti dove stai andando.

Chiediti chi stai diventando.

Chiediti se ciò che insegui merita davvero il tempo della tua vita.

E soprattutto chiediti se, quando arriverà il momento di guardare indietro, potrai dire:

Ho partecipato a questa vita.

Non sono stato soltanto spettatore.

Ho gioito.

Ho sofferto.

Ho sbagliato.

Ho imparato.

Ho amato.

Ho ricevuto.

Ho dato.

Ho lasciato qualcosa di me negli altri.

E allora, anche davanti alla fragilità e alla morte, potrò sentire che la mia vita non è stata semplicemente una successione di giorni.

È stata una storia.

La mia storia.

E forse il senso di una vita comincia proprio da qui: dal coraggio di non viverla distrattamente.

Andrea Ruggeri 

Share