Umanizzare gli Ospedali

16.04.2026

Come si fa a non capire che il dolore, il male, i malesseri, i malanni rendono l'essere umano, anche il più forte, sicuro e resistente..., una persona indifesa, insicura, triste e delicata?

Come si può lasciare, su una barella, esseri umani al freddo, in un corridoio pieno di zanzare, per 15 ore ad aspettare, con uno scompenso cardiaco e renale grave e fuoriuscite di liquidi dalle gambe, ombelico e schiena?

Come si può trattare un essere umano come se fosse un oggetto, privo di dolore, sentimenti, sensibilità al freddo, abbandonato su una branda rotta (tutto filmato), con il pavimento pieno di sangue altrui, in uno spazio piccolo, con altre decine di persone spaventate e incredule, con la paura di parlare ed essere maltrattate?

Gli unici a gridare erano cinque zingari, cigani forse, o forse no, che, per non essere stati assistiti istantaneamente per una gamba fratturata, hanno letteralmente messo in subbuglio il pronto soccorso. A loro, però, dopo un po' di confusione, è arrivato un servizio ben fatto e veloce.

Un paziente e poi, qualche giorno dopo, un inserviente mi dissero:
"Certo, sennò gli bruciano la macchina."
Ed io: "Come?"
"Bel Signor Ruggeri, quelli, se non li attendi, ti bruciano la macchina."

Beh!? Se per farci assistere bisogna bruciare la macchina a medici e infermieri, siamo messi male. Ma poi, pensandoci bene, dopo 43 giorni tra UTI e inferno negli ospedali, ti viene voglia (chiaro, solo voglia) di farti portare i fiammiferi, per usarli almeno in sogno, visto che non riesci a muoverti.

Bene, 15 ore in quel corridoio, per poi, alle 3 di notte — ripeto, 3 di notte — essere portato nel reparto. Dubito, a meno che non fosse successo un decesso improvviso, che quel letto delle 3 di notte non fosse già pronto alle 17:00 o alle 18:00, visto che le dimissioni avvenivano prima delle 17:00.

Certo, appena in reparto comincia la "routine", come la chiamano loro. Tutti i giorni all'alba: tre o quattro ampolline di sangue, flebo attaccate all'altro braccio, cannula inserita nel pene per raccogliere i liquidi, adesivi sul petto per controllare il battito, eccetera.

Nei primi giorni sei anche sollevato: "Beh, sto in ospedale, devono farmi i controlli, devono sgonfiarmi e capire cosa si può fare. Cosa vuoi che siano due punture? Cosa vuoi che sia uno che ti sveglia gridando la mattina presto? Gli esami devono essere pronti per i medici." Elettrocardiogrammi, pressione, glicemia per chi ne soffre, iniezioni varie. Mi stanno curando, o perlomeno cercano di capire cosa fare e come fare le dovute verifiche.

Fin lì ci stai. Devi sottoporti alla routine. Anche se, dopo 10 prelievi di sangue — cioè 30/40 ampolle — dopo 3 o 4 cannule, alcune volte con fuoriuscite di liquido durante la notte, dopo 10 mattine svegliato a urla, dopo aver assaggiato il peggior cibo della tua vita, ti domandi: con le braccia piene di buchi ed ematomi (visto che, quando non trovano le vene, di punture te ne fanno anche 5 o 6), con infermieri che si arrabbiano perché la flebo è finita da un'ora e la cannula si è spostata e fuoriesce sangue continuamente (anche perché prendi due o tre farmaci per aumentare la circolazione, quindi un piccolo foro diventa una fontanella), e tu li chiami con il campanello dopo che il sangue ha formato una pozza sul letto, e ti senti dire:
"Ma cosa ha fatto? Deve tenere le braccia ferme, immobili!"

Gridato con una delicatezza che un asino non saprebbe superare nel ragliare. Però avrei dovuto capirla: era la prima serata di Sanremo e si sentiva che erano (forse) troppo impegnati.

Forse una serata storta, un marito litigioso o una rabbia repressa. Ma tutto questo sangue e tutta questa cattiveria, e una routine così pesante, servono davvero? Non può essere distribuita meglio? Un esame del sangue ogni due giorni? Un cibo da esseri umani? Una maggiore delicatezza con chi soffre, lontano dagli affetti e dalla propria famiglia?

Ma cosa facevano durante la pandemia, se ora agiscono così?

Chiaro, non sono tutti così. Esistono veri e propri angeli: potrei citare Iolanda su tutti. Ma non sono la maggioranza. E allora ti chiedi: ma un corso di umanizzazione non servirebbe?

Io sono grande, forte, ho fatto il militare in guerra in Libano, sono andato come giornalista in Africa durante l'Ebola, nelle favelas del Brasile, sulle barche-bidonville a Hong Kong. Eppure ho sofferto l'inferno. E quelli che, dalla loro casetta, con gli affetti dei familiari, figli e nipotine, passano improvvisamente a essere trattati così?

Come si fa a gridare "Basta, stai zitta!" in UTI a una donna che due giorni dopo morirà e che ha avuto tre arresti cardiaci in pochi minuti? Come puoi, cara Mimma, gridare a una donna che sta per morire? O gridare ai parenti "adesso basta, andatevene è finita", è una UTI molti non vedranno più la mamma, il fratello, il nonno … perché??

Ma non è solo il fatto di vedere Maria, Pino, Fortunata piangere la notte chiedendo di vedere i figli o le nipotine. È il fatto che, per altri, quello era solo un fastidio. Mentre io stesso, a un metro di distanza, rivedevo gli ultimi momenti di vita di mia madre, che inveiva contro un'infermiera, e non capivo, allora, perché tanta rabbia.

Ora, dopo questa esperienza, so perché mamma era così arrabbiata nel momento di andarsene.

I colleghi spaventati e supini a una classe che ci vende operazioni e medicine che fattura con il nostro sangue e non si preoccupa con noi veramente mi chiedono: a cosa serviranno questi articoli?
Sinceramente, a raccontare la verità vissuta, visto che la maggior parte delle persone ha paura, in ospedale, anche solo di chiedere un pezzo di formaggio dopo giorni di brodaglia. Ma sono sicuro che molti di voi rivedranno scene che forse avevano dimenticato o nascosto nella mente.

Qualcuno chiederà al direttore del GOM o di Polistena dei miglioramenti. Corsi di umanizzazione, principalmente. Disinfettante — non acqua — per pulire. Garze per le ferite. Medicine per i pazienti. Coperte e zampironi elettrici contro le zanzare.

CIBO DECENTE e in quantità sufficiente. Perché chi non può assumere liquidi non può mangiare pastina tutti i giorni, un secondo orribile e una mela che mio nonno non avrebbe dato nemmeno ai maiali.

Presto vi dirò quanto spende la Regione o l'Italia spendeva per il pasto dei pazienti e cosa ricevono realmente i pazienti (non in digiuno).

Ma questo è un altro capitolo.

Ci tengo a puntualizzare che non è una battaglia politica. Rispetto al Governatore, che è riuscito a uscire dal commissariamento, o al Sindaco uscente, che non vede le montagne di spazzatura per le strade, immaginatevi le zanzare negli ospedali.

Alle nipotine di Fortunata dico solo che la nonna nominava i figli e loro tutte le notti, e io le dicevo: "Calma, Fortunata, calma", e lei si calmava.

Un infermiere, un ragazzo davvero appassionato del suo lavoro, è rimasto al suo fianco tutta la notte, ogni secondo. Ma non tutti avevano la sua pazienza o la professionalità di Giuseppe e Pasquale.

Sapere che non c'era più, mandata in reparto per morire, mi ha turbato molto.

Non la dimenticherò mai, come non dimenticherò la cattiveria e l'umiliazione di altri. Ma, come ho detto prima, questo sarà raccontato in un altro capitolo di questo viaggio infernale negli ospedali di Reggio, dove, tra passione e qualità di medici, infermieri e inservienti, ho trovato anche tanto pressapochismo, disumanizzazione e poca voglia di capire che in quei letti poteva esserci la mamma, il figlio, il marito di qualcuno.

Piango mentre scrivo questo, ricordando mamma e Fortunata, ma sappiate che potete cercarmi e raccontarmi le vostre storie. Non ho l'audience di Giordano in Fuori dal Coro, ma sono sicuro che a molti farà piacere che un giornalista onesto abbia il coraggio di raccontare la verità.

Perché nei luoghi del dolore ci siano esseri umani che aiutano altri esseri umani, e non animali. perché quelli dedicati e i medici speciali come Rossella e Massimo, aiutino gli altri a capire e non solo a proporre soluzioni mirabolanti, che in quei letti ci sono Andrea, Rosario, Luigi, Maria, Carmela, Valentina e non una sacca di carne.

L'umanizzazione delle cure, intesa come attenzione alla persona nella sua totalità, fatta di bisogni fisici, psicologici, alimentari, relazionali e spirituali, non può essere lasciata alla sensibilità dei singoli angeli che per fortuna incontriamo, deve essere la prassi.

Al prossimo capitolo.

Andrea Ruggeri

Molti mi chiedono perché non cito cognomi. Perché, per il momento, in assenza di risposte a eventuali denunce, spero che gli errori vengano corretti: che si acquistino zampironi elettrici contro le zanzare, disinfettante per i reparti, che si riducano le routine stressanti e che migliori la qualità del cibo.

E se questo non succederà, non solo citeremo nomi e cognomi e pioveranno denunce, ma chiameremo i NAS a effettuare controlli, e gli amici dei programmi TV o video avranno il materiale da me raccolto.

Non sono interessato a fare del male, neanche a chi lo ha fatto a me, ma a fare in modo che tutto questo migliori. Se non succederà, ne vedrete delle belle.


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