Coraggio? No, solo istinto

Nella nostra domenica non ci sono stati soltanto successi, come quello di Kimi Antonelli o della Reggina. Ci sono stati anche eroi.
Eroi che, però, non si considerano tali.
Persone che si vedono semplicemente come esseri umani preoccupati per altri esseri umani.
Forse è proprio questo che dovremmo imparare. E forse è proprio questo che bisognerebbe insegnare a tutti.
Perché ci sono momenti in cui una gara smette improvvisamente di essere una gara. Il rumore dei motori scompare dietro quello delle fiamme, la classifica non conta più e ogni secondo diventa una lotta contro qualcosa di molto più grande di una vittoria o di una sconfitta.
È successo nel China GT, a Shanghai, dove il pilota britannico Ollie Millroy, 36 anni, ha rischiato di perdere la vita all'interno della sua Ferrari 296 GT3 Evo avvolta dalle fiamme.
A salvarlo è stato Loek Hartog, pilota olandese di appena 23 anni.
E quando Millroy gli ha scritto: «Ti devo la vita», Hartog ha risposto con parole che raccontano forse più di ogni immagine ciò che è accaduto:
«Non hai nulla di cui ringraziarmi. Vorrei vivere in un mondo in cui questo non fosse considerato coraggio, ma fosse semplicemente l'istinto di chiunque altro».
Erano trascorsi appena venti minuti dall'inizio della gara quando una collisione tra due vetture ha innescato una sequenza drammatica.
La Ferrari 296 GT3 di Chen e la BMW M4 GT3 Evo di Neil Verhagen sono entrate in collisione. La Ferrari ha perso il controllo, girandosi proprio mentre Millroy stava affrontando la quattordicesima curva.
L'impatto laterale è stato violentissimo.
Poi il fuoco.
In pochi istanti la vettura di Millroy si è trasformata in una trappola di metallo e fiamme.
La gara è stata immediatamente interrotta con la bandiera rossa, ma in quei secondi non esistevano più posizioni, tempi sul giro o strategie.
Esisteva soltanto un uomo intrappolato in una macchina in fiamme.
Ed esisteva qualcuno che aveva deciso di non voltarsi dall'altra parte.
Loek Hartog avrebbe potuto continuare.
Avrebbe potuto aspettare l'arrivo dei soccorsi.
Avrebbe potuto pensare che non fosse compito suo.
Non lo ha fatto.
Ha fermato la propria vettura ed è corso verso la Ferrari distrutta.
Ha provato inizialmente a raggiungere Millroy dal lato del conducente, tentando di aprire ciò che restava della portiera. Poi ha afferrato un estintore da un commissario nelle vicinanze e ha cercato di contenere le fiamme.
Ma il fuoco continuava.
Hartog non si è allontanato.
Non ha pensato al rischio.
Non ha pensato alla propria gara.
Non ha pensato a se stesso.
Ha raggiunto l'altro lato dell'auto e, tra il fumo e le fiamme, è riuscito a tirare fuori Ollie Millroy dall'abitacolo.
Pochi metri.
Pochi secondi.
La distanza sottile che, in certe giornate, separa una tragedia dalla speranza.
Millroy è stato portato lontano dalla vettura prima di essere trasferito in ospedale.
Era vivo.
Solo successivamente il pilota britannico ha potuto comprendere fino in fondo ciò che era accaduto.
Su Instagram ha affidato a un lungo messaggio il proprio ringraziamento.
«Loek Hartog si è fermato immediatamente, senza che si vedessero commissari o mezzi antincendio, e ha rischiato la propria vita per tirarmi fuori dall'auto».
Millroy ha raccontato di non ricordare nulla dei trenta secondi precedenti all'incidente e dell'ora successiva.
Ma una cosa, ha scritto, non la dimenticherà mai.
«Ricorderò il suo incredibile atto di coraggio per il resto della mia vita. Un giorno racconterò questa storia ai nostri tre figli e, ai loro occhi, Loek sarà il più grande supereroe della storia».
Il bilancio fisico dell'incidente resta pesantissimo: cinque costole rotte, la clavicola fratturata, una mano e un dito fratturati e una contusione polmonare.
Ferite importanti.
Ferite che raccontano quanto sottile sia stato il confine tra ciò che è successo e ciò che sarebbe potuto accadere.
Ma Ollie Millroy è vivo.
«Sarebbe potuta andare molto peggio», ha scritto, ringraziando Loek Hartog e anche Ferrari «per aver costruito una macchina capace di reggere l'impatto».
E proprio quando tutti parlavano di eroismo, Hartog ha scelto di rispondere nel modo più semplice.
E forse anche nel modo più grande.
«Non hai nulla di cui ringraziarmi. Vorrei vivere in un mondo in cui questo non fosse considerato coraggio, ma fosse semplicemente l'istinto di chiunque altro. Sono così grato di essermi trovato esattamente nel posto in cui dovevo essere, nel momento giusto».
Questa frase dovrebbe restare.
Perché racconta un'idea di umanità che oggi rischiamo troppo spesso di dimenticare.
Viviamo in un tempo in cui, davanti a qualcosa di straordinario o drammatico, la prima reazione di molti è prendere uno smartphone, accendere una videocamera e trasformare ciò che accade in qualcosa da filmare, condividere, commentare.
Loek Hartog, invece, ha fatto l'unica cosa che contava.
Ha visto un uomo in pericolo.
Si è fermato.
È sceso.
Ed è corso verso il fuoco.
Non per una coppa.
Non per un risultato.
Non per diventare famoso.
Perché dall'altra parte di quelle fiamme c'era un altro essere umano.
Forse Hartog ha ragione: dovremmo desiderare un mondo nel quale tutto questo non venga considerato eroismo.
Un mondo nel quale aiutare qualcuno in pericolo sia davvero soltanto istinto.
Un mondo nel quale ci si preoccupi dell'altro semplicemente perché è una persona.
E allora, nella nostra domenica, accanto ai successi di Antonelli, della Reggina e di chi ha gioito per una vittoria sportiva, dobbiamo ricordare anche questa storia.
Perché esistono vittorie che non finiscono in una classifica.
Esistono gesti che non assegnano punti.
Esistono uomini che diventano eroi proprio nel momento in cui rifiutano di sentirsi tali.
Loek Hartog vuole essere considerato soltanto un essere umano che si è preoccupato per un altro essere umano.
Ed è forse questa la parte più bella di tutta la storia.
Perché il coraggio può essere raro.
L'eroismo può sembrare irraggiungibile.
Ma l'umanità no.
Quella possiamo impararla.
Possiamo insegnarla.
E soprattutto possiamo scegliere di praticarla.
Tutti.
Andrea Ruggeri
