Il Brasile ha perso … la felicità

L'eliminazione del Brasile dal Mondiale 2026 contro la Norvegia è stata raccontata dalla Gazeta do Povo come molto più di una sconfitta sportiva. È stata descritta come il riflesso di un Paese che ha perso entusiasmo, fiducia e orgoglio. Un Brasile che sembra aver smesso di credere in sé stesso.
Condivido quella riflessione, ma credo che il problema sia ancora più profondo.
Non è il calcio ad aver tolto la felicità ai brasiliani. È la politica. È il clima di sfiducia nelle istituzioni. È la sensazione, diffusa in una parte consistente della popolazione, che il confronto democratico non si svolga più ad armi pari.
Molti cittadini vedono nelle vicende che hanno coinvolto Jair Bolsonaro e i suoi alleati il simbolo di una giustizia sempre più protagonista della vita politica. Le decisioni del Supremo Tribunale Federale, e in particolare quelle del ministro Alexandre de Moraes, sono state oggetto di fortissime critiche, sia in Brasile sia all'estero, da parte di giuristi, giornalisti e osservatori che denunciano una crescente concentrazione di poteri e una limitazione della libertà di espressione.
Per chi guarda il Brasile dall'esterno, il Paese appare sempre più diviso. Da una parte chi ritiene che la magistratura stia difendendo la democrazia; dall'altra chi vede nella magistratura stessa un protagonista politico che ha finito per alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato.
Questa frattura è il vero dramma nazionale.
Quando milioni di cittadini smettono di fidarsi delle istituzioni, non perde una parte politica: perde il Paese.
L'editoriale della Gazeta do Povo sostiene che il brasiliano abbia rinunciato ai grandi ideali, sostituendoli con il denaro, l'apparenza e il successo individuale. Io credo che molti brasiliani abbiano rinunciato soprattutto alla speranza. La speranza che il loro voto basti. La speranza che la legge sia uguale per tutti. La speranza che le istituzioni siano percepite come imparziali.
Senza fiducia non esiste democrazia. Senza credibilità delle istituzioni non esiste pace sociale.
Per questo motivo cresce il numero di coloro che chiedono maggiore trasparenza, controlli indipendenti e strumenti che consentano a ogni cittadino di verificare pienamente il processo elettorale. Qualunque sistema elettorale, per essere forte, deve ispirare fiducia anche a chi perde.
La storia insegna che nessuna nazione può prosperare quando metà del Paese considera l'altra metà un nemico e quando milioni di persone percepiscono le istituzioni come lontane o schierate.
La felicità del Brasile non è stata cancellata da una partita di calcio.
È stata erosa dalla sfiducia.
Ed è questa, oggi, la sconfitta più difficile da superare.
Djàvlon
