Il futuro lo abbiamo inventato noi. Adesso torniamo a costruirlo

C'è un'Italia che molti giovani conoscono poco. Quella che progettava il futuro quando ancora non esistevano gli smartphone, quando la Silicon Valley non era il simbolo universale dell'innovazione e un computer occupava intere stanze. Un'Italia capace di osare, investire, mettere insieme intelligenza, industria e cultura.
Prima di convincerci che per realizzarsi sia necessario andare altrove, dovremmo almeno conoscere questa storia. Perché sapere da dove veniamo può cambiare anche il modo in cui scegliamo dove andare.
Negli anni Cinquanta, Adriano Olivetti comprese che il destino della sua azienda non poteva fermarsi alle macchine da scrivere. Vide nell'elettronica una strada da percorrere e affidò una sfida enorme a un giovane ingegnere: Mario Tchou, nato a Roma da genitori cinesi, docente negli Stati Uniti, che accettò di tornare in Italia per costruire qualcosa che qui ancora mancava.
Da quell'incontro nacque un laboratorio di giovani ricercatori. E da quel laboratorio uscì l'Elea 9003, presentato nel 1959: il primo grande computer commerciale italiano, fra i primi al mondo interamente a transistor. All'avanguardia, con un'identità propria e un progetto industriale ambizioso. Persino il suo aspetto, affidato a Ettore Sottsass, raccontava un'idea precisa: la tecnologia doveva dialogare con l'essere umano. (storiaolivetti.it, storiaolivetti.it)
Poi arrivaró quello che non ti aspetti, ma che se inventi il computar può succedere, la morte di Adriano Olivetti nel 1960 e quella di Tchou, appena trentasettenne, in uno strano incidente stradale nel 1961. Arrivarono le difficoltà finanziarie e le scelte che portarono, dal 1964, il controllo della divisione elettronica nelle mani della General Electric. Nel 1965, però, un altro gruppo Olivetti, guidato da Pier Giorgio Perotto, presentò la Programma 101: un calcolatore programmabile da tavolo che anticipava la strada del personal computer. (treccani.it, storiaolivetti.it, archivio-mondodigitale.aicanet.net)
Pensateci quando prendete in mano il vostro nuovo iPhone 18 Pro. Quanto di italiano c'è nella storia che ha reso possibile un oggetto simile?
La risposta passa anche da Federico Faggin, il fisico vicentino che diede un contributo fondamentale alla tecnologia dei circuiti integrati e guidò lo sviluppo dell'Intel 4004, presentato nel 1971, lavorando con Ted Hoff, Stan Mazor e Masatoshi Shima. Una tappa decisiva nella nascita del microprocessore e, quindi, dell'elettronica che oggi portiamo in tasca. Questo è il legame documentabile: una parte delle fondamenta della rivoluzione digitale porta una firma italiana.
Ecco perché mi pesa sentire raccontare l'Italia soltanto come un luogo da abbandonare e per altri da distruggere.
Comprendo chi parte per uno stipendio migliore, per un laboratorio attrezzato, per ottenere il riconoscimento che qui gli viene negato. Un salario dignitoso significa indipendenza, famiglia, possibilità di vivere. Chi ha responsabilità politiche e imprenditoriali deve smetterla di chiedere ai giovani sacrifici che spesso non è disposto a condividere.
Ma ai giovani vorrei chiedere qualcosa di più di un confronto fra buste paga: quale futuro volete contribuire a costruire?
Basta davvero essere assunti da un'impresa prestigiosa per sentirsi realizzati? Oppure esiste anche l'ambizione di fondarne una, aprire un laboratorio, far crescere un territorio, creare opportunità per chi verrà dopo?
I nostri predecessori hanno costruito imprese, scuole, infrastrutture e conoscenza perché riuscivano a immaginare qualcosa che ancora non vedevano. Anche molti emigranti partirono con questa forza: cercavano lavoro e, attraverso quel lavoro, costruivano un avvenire per le loro famiglie. Quella stessa energia oggi può diventare ricerca, impresa, innovazione.
Faggin stesso emigrò. Tchou tornò. Due percorsi diversi che ci ricordano quanto contino le condizioni offerte al talento e quanto sia povero giudicare una persona soltanto dal Paese in cui lavora. La domanda riguarda ciò che facciamo della nostra libertà: quanto siamo disposti a rischiare per un'idea, quale contributo vogliamo lasciare, quali legami intendiamo mantenere.
Alla mia generazione e a chi governa spetta rendere credibile la scelta di costruire qui. Ai giovani spetta anche il coraggio di pretenderla, organizzarla e provarci. Io sono tornato e voi? Cosa volete fare, distruggere vetrine e rubare? Partire? O cambiare tutto questo?
Dobbiamo conoscere la nostra storia senza trasformarla in una comoda celebrazione. Gli altri hanno sviluppato tecnologie proprie, investito, organizzato mercati e saputo valorizzare anche talenti italiani. Liquidare tutto come una copia ci impedirebbe di capire la lezione più dura: avere una grande idea non basta, bisogna darle i mezzi per crescere e la forza per restare.
Olivetti e Tchou ci riuscirono abbastanza da dimostrare che era possibile. Tocca a noi raccogliere quella possibilità.
Perché vorrei che un ragazzo italiano, guardando il prossimo oggetto destinato a cambiare il mondo, potesse pensare anche questo: «Posso contribuire a inventarlo. Posso creare il luogo in cui verrà costruito. E posso provare a farlo qui».
Il futuro ha bisogno di qualcuno che se ne assuma la responsabilità. Un tempo lo abbiamo fatto. Abbiamo ancora intelligenza, creatività e capacità per farlo di nuovo e se hai voglia chiamami.
Andrea Ruggeri
