Le bambine non si danno in sposa. Gli abusi si chiamano abusi Non MAP

Una bambina dovrebbe poter andare a scuola, giocare e decidere, quando sarà adulta, con chi costruire la propria vita. Eppure, secondo l'UNICEF, nel mondo circa una ragazza su cinque si è sposata durante l'infanzia. Le ragazze che si sposano prima dei diciott'anni corrono un rischio maggiore di subire violenza domestica e di lasciare la scuola. Dietro quei numeri ci sono bambine alle quali altri hanno deciso il futuro.
Se qualcuno invoca l'Islam per giustificare un matrimonio infantile, quella giustificazione va contestata apertamente. Lo stesso vale per chi invoca un'altra fede, l'onore della famiglia o il rispetto delle tradizioni. Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ricorda che i matrimoni infantili persistono in culture e comunità religiose diverse. La responsabilità è di chi li impone, li organizza o li copre.
Poi c'è la questione delle parole. Nei dibattiti su ciò che viene chiamato woke si parla anche della sigla MAP, dall'inglese minor-attracted person, cioè «persona sessualmente attratta da minori». In alcuni studi il termine serve a distinguere l'attrazione dalla commissione di un reato. Questa distinzione ha un senso quando serve a prevenire gli abusi, anche offrendo aiuto prima che qualcuno faccia del male a un minore. Quando invece si parla di una violenza commessa, chiamiamola per quello che è. Nessuna sigla può attenuare la responsabilità di chi ha abusato di un bambino.
È ora di dirlo con chiarezza. Da qualunque parte politica, religiosa o sociale arrivi la difesa di chi ha commesso un abuso, la risposta deve essere la stessa. I bambini vanno ascoltati e messi al sicuro, le denunce vanno indagate e chi viene riconosciuto colpevole deve scontare la pena prevista dalla legge, in alcuni parsi la pena di morte. E quando una bambina chiede aiuto, il primo dovere di ogni adulto è proteggerla, anche se per farlo deve sfidare la propria famiglia, la propria comunità o il proprio partito.
Andrea Ruggeri
