Neymar prega ed è il Brasile anche nella sconfitta

Aspettando di conoscere chi allenerà la Reggina e chi saranno i giocatori della prossima stagione, abbiamo assistito all'uscita della squadra più amata, insieme a Cabo Verde, da questi Mondiali: il Brasile.
Ho letto un articolo dei colleghi di VeritasNews24 e, pur non condividendone ogni passaggio, vi ho trovato una forte verità su Neymar, molto attaccato dalla stampa europea ma amato in patria, così come Bolsonaro.
Non lo scrivo perché sono entrambi miei amici, ma perché, nel poco tempo che ho avuto modo di trascorrere con loro, hanno dimostrato chi sono. Forse entrambi rappresenteranno, ciascuno a modo proprio, un esempio per il popolo brasiliano.
Vi riporto qui l'articolo e lascio a voi il giudizio.
**"Il fischio finale risuona come una sentenza pesante, inappellabile. Il Brasile è fuori dai Mondiali 2026. Ma a fare davvero rumore non è solo il tabellone luminoso; è la sensazione netta, quasi tangibile, che si sia consumato un passaggio storico. È finita l'era millennial delle invincibili, quel calcio in cui i giganti nati negli anni '90 dominavano la narrativa del calcio mondiale con l'illusione di un'eterna giovinezza e di un'immancabile superiorità.
Questa Seleção, guidata da Neymar, è parsa fin da subito diversa dalle precedenti: una squadra che non ha voluto, o forse non ha potuto, aggrapparsi ai fasti del passato o ai vecchi risultati per giustificare il proprio blasone. Ha giocato a carte scoperte, mostrando il proprio talento ma anche le proprie fragilità umane, senza lo scudo dei vecchi miti.**
Un capitano oltre la sconfitta
**Neymar ha indossato, negli anni, la fascia di capitano con il peso di una nazione intera sulle spalle e la consapevolezza di essere l'ultimo baluardo di una generazione d'oro che saluta il grande palcoscenico senza la coppa più ambita. Eppure, nel momento del dolore più acuto, quando il mondo intero si aspettava lacrime di frustrazione o rabbia, il fuoriclasse brasiliano ha scelto una strada diversa.
Niente alibi, niente polemiche. Davanti agli occhi del pianeta, Neymar si è inginocchiato sul prato verde. Un gesto che non era di sottomissione alla sconfitta sportiva, ma di resa e gratitudine assoluta verso qualcosa di infinitamente più grande.**
"Non capiamo sempre i Suoi piani, ma scelgo di fidarmi. Grazie, Signore, per non aver mai lasciato andare la mia mano… la mia identità è in Te, non nelle vittorie o nelle sconfitte."
La fede che supera il campo
**In un calcio sempre più cinico e legato ai numeri, l'immagine di un capitano che, nel deserto della sconfitta, si ferma a ringraziare Gesù Cristo è un manifesto potente. È la testimonianza di chi sa che la volontà di Dio, anche quando ferisce o appare incomprensibile ai nostri occhi umani, è sempre il meglio per noi.
Il Brasile calcistico dovrà ricostruire dalle fondamenta, lasciandosi alle spalle l'era dei millennial e le sue eterne promesse. Neymar, dal canto suo, esce da questo Mondiale senza la coppa, ma a testa alta, ricordando a tutti che esiste una pace che va oltre il risultato del campo. Una fede incrollabile che trasforma un momento di caduta sportiva in un trionfo dello spirito."**
Il Brasile è l'Italia torneranno grandi, ma fino a quando i campi di tennis, saranno più dei campetti di calcio dove giocavamo da ragazzi, l'ascesa di altri e la nostra discesa saranno inesorabili. Per lo meno possiamo accontentarci con Sinner e Fonseca.
Andrea Ruggeri
