Niscemi, le frane e l’alibi del clima: quando l’ipocrisia scivola più veloce dell’argilla

04.02.2026

La frana che ha colpito Niscemi, costringendo all'evacuazione di oltre 1.500 persone e mettendo in pericolo interi quartieri, non è una fatalità improvvisa né un "capriccio del clima". È il risultato prevedibile di decenni di cattiva pianificazione territoriale, di costruzioni autorizzate su terreni argillosi instabili, di una politica che ha preferito chiudere un occhio – o entrambi – davanti ai pareri tecnici.

Le argille sono terreni notoriamente soggetti a movimenti lenti, a scivolamenti, a instabilità strutturale. Non lo dice Greta Thunberg, lo dicono geologi e ingegneri da mezzo secolo. Costruire in quelle aree è stato un errore tecnico prima ancora che politico. Oggi, di fronte a case che scivolano verso il baratro, si tira fuori l'ombrello comodo del "cambiamento climatico", come se la pioggia avesse deciso da sola di trasformarsi in urbanista criminale.

Clima e territorio: non confondiamo le responsabilità

Il maltempo può accelerare un processo franoso, ma non lo crea dal nulla. La frana c'era potenzialmente già, scritta nella geologia del territorio. Il problema vero è che abbiamo costruito dove non si doveva, cementificato dove serviva cautela, ignorato i segnali deboli finché non sono diventati segnali di emergenza.

Dire che "è colpa del clima" è una narrazione rassicurante: non incolpa nessuno in particolare, non chiede conto a chi ha firmato autorizzazioni, piani regolatori, condoni. Il clima diventa un alibi perfetto. La cattiva amministrazione del territorio, invece, avrebbe nomi, cognomi e responsabilità.

Ricostruire o delocalizzare: la scelta impopolare ma sensata

Continuare a parlare di "ricostruzione" nelle stesse aree instabili è una forma di accanimento terapeutico urbanistico. Mettere due paratie, qualche drenaggio e un po' di cemento non cambia la natura del suolo. Gli stessi geologi indicano spesso la delocalizzazione come unica soluzione davvero sicura.
È una scelta politicamente scomoda, certo. Ma ricostruire per poi piangere alla prossima pioggia non è solidarietà: è cinismo mascherato da compassione.

La transizione ecologica e l'ipocrisia globale

Nel frattempo, mentre in Europa si predica una transizione ecologica spesso più ideologica che scientifica, il mondo reale racconta altro:

  • la Cina aumenta le centrali a carbone e diventa il principale fornitore "verde" dell'Occidente;

  • l'Europa rottama veicoli ancora perfettamente funzionanti, che finiscono in Africa o in America Latina, come se l'inquinamento lì non avesse effetti globali;

  • le materie prime "pulite" arrivano da miniere sporche, spesso in contesti sociali ed ambientali discutibili.

Il pianeta è uno solo. Spostare l'inquinamento non significa eliminarlo, significa delocalizzarlo. Ma la coscienza europea si lava meglio se le emissioni avvengono altrove. È una transizione che profuma più di finanza che di ambiente, più di geopolitica che di ecologia.

Il problema non è il clima: è la narrazione

Ogni emergenza viene raccontata come prova definitiva dell'Apocalisse climatica imminente. Ma così si evita il nodo centrale: la gestione del territorio, la prevenzione, la pianificazione seria. È più facile invocare il "cambiamento climatico" che ammettere di aver governato male per decenni.

Niscemi non è un incidente della natura. È una cartolina spedita dal passato: ci ricorda che le scelte sbagliate, prima o poi, presentano il conto. E non basta pagarlo con fondi straordinari e dichiarazioni di emergenza per mettersi la coscienza a posto.

Conclusione

Il clima cambia, sì. Ma la frana di Niscemi non è nata dal cielo: è nata a tavolino, negli uffici dove si autorizzava a costruire su terreni che non avrebbero mai dovuto ospitare case.
Continuare a confondere le responsabilità significa preparare le prossime frane, i prossimi sfollati, le prossime "emergenze" che emergenze non sono, ma conseguenze prevedibili.

Il pianeta è uno solo. L'ipocrisia, invece, viaggia a emissioni zero.

Masaniello Pasquino