Non siamo ancora arrivati alla cassa

Cari amici,
vi scrivo queste poche righe perché so che per molti, oggi, è un giorno di profonda tristezza. Parlo del Brasile, ma anche di chi ha avuto il suo locale distrutto, a chi ha perso un’occasione di lavoro e a chi per difendere la nostra sicurezza sta in un ospedale e chiaro a chi sta perdendo la speranza.
Comprendo l'amarezza di chi vede premiata la prepotenza, l’infanno ed il broglio, di chi sente che la propria voce non conta, di chi fatica a riconoscersi in ciò che gli accade intorno. Ma non perdetevi d'animo: non siamo ancora arrivati alla cassa.
San Giovanni Paolo II diceva: «La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell'avere il diritto di fare ciò che dobbiamo». Parole pronunciate a Baltimora, l'8 ottobre 1995, che ci richiamano alla responsabilità di essere liberi.
Perché ciò che dobbiamo fare ha radici molto più profonde di ciò che semplicemente ci piace. Riguarda la coscienza, la dignità, il rispetto degli altri. Riguarda la capacità di riconoscere un'ingiustizia anche quando ci conviene, di rifiutare un vantaggio quando il suo prezzo è la libertà di un'altra persona.
In fondo lo sappiamo tutti. Anche quando ci facciamo prendere dalla propaganda, quando accettiamo una spiegazione comoda pur di non mettere in discussione le nostre scelte. Anche quando pretendiamo dagli avversari quella correttezza che siamo pronti a perdonare ai nostri amici.
Eppure un sopruso resta un sopruso, qualunque sia la mano che lo compie. Un'ingiustizia non diventa giusta perché favorisce la nostra parte.
Distruggere, brogliare, rubare la libertà altrui, manipolare le coscienze e comprare le anime non ci rende persone giuste, ma profondamente sbagliate. E difendere ciò che sappiamo essere ingiusto soltanto perché ci porta un vantaggio comporta una responsabilità dalla quale non possiamo assolverci da soli.
Non parlo dell'errore commesso in buona fede: tutti possiamo sbagliare. Parlo di quando sappiamo e scegliamo di voltare la testa. Di quando comprendiamo il male che viene fatto, ma lo giustifichiamo perché, per il momento, non colpisce noi. O, peggio, perché ci lascia qualcosa in tasca.
Un amico mi diceva: «Andrea, al supermercato puoi mettere nel carrello tutto ciò che vuoi. Poi, però, arrivi alla cassa e, se non hai fatto bene i conti, qualcosa devi lasciarlo».
Una frase semplice, che mi è rimasta dentro. Perché nella vita possiamo anche convincerci che ogni cosa sia a nostra disposizione: il successo, il potere, il consenso, persino il silenzio degli altri. Possiamo riempire il carrello senza domandarci quanto costi davvero ciò che stiamo prendendo.
Ma alla cassa il prezzo viene fuori. E non sempre si paga in denaro. Si può pagare in credibilità, in fiducia, nel rispetto delle persone che ci hanno voluto bene. Si può perdere la serenità di guardarsi allo specchio senza dover cercare ogni volta una nuova giustificazione.
Per questo, a chi oggi è triste, dico di non rinunciare alla propria coscienza. Continuiamo a parlare, a testimoniare, a chiedere chiarezza. E manteniamo il coraggio di correggerci quando siamo noi a sbagliare: anche questo è un dovere di chi difende la libertà.
Non vi prometto che ogni torto sarà riparato. Ma nessun vantaggio rende giusto ciò che sappiamo essere sbagliato, e nessun applauso cancella la responsabilità delle nostre scelte.
Oggi può sembrare che qualcuno abbia riempito il carrello e ottenuto tutto.
Ma non siamo ancora arrivati alla cassa.
Andrea Ruggeri
