Pirlo la Russia e i moralisti della politica

25.07.2026

Pirlo, la Russia, la morale e i professionisti dell'indignazione

In Italia c'è una costante che non cambia mai: quando mancano i risultati, arrivano i moralisti. E così, ancora prima di discutere se Andrea Pirlo sia l'uomo giusto per guidare la Nazionale, il dibattito si è trasformato nell'ennesimo processo pubblico.

La sua colpa? Aver scelto, da privato cittadino e professionista, di diventare ambasciatore di Fonbet, una piattaforma russa di scommesse. Una scelta che molti considerano inopportuna, soprattutto alla luce della guerra in Ucraina e della posizione assunta dall'Italia nei confronti della Russia.

Sia chiaro: il tema esiste e non va banalizzato. Un commissario tecnico della Nazionale rappresenta un Paese, un simbolo, una bandiera. È giusto chiedersi se alcune attività private siano compatibili con un incarico istituzionale. È altrettanto legittimo augurarsi che Pirlo, qualora dovesse sedersi sulla panchina azzurra, valuti l'opportunità di chiudere ogni rapporto che possa generare imbarazzo o strumentalizzazioni.

Ma c'è una domanda che nessuno sembra voler porre: da quando la politica italiana è diventata il tribunale della morale?

Carlo Calenda sostiene che chi ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali. Pina Picierno parla addirittura del "piano Z del calcio italiano". Benedetto Della Vedova auspica la rescissione del contratto con Fonbet. Mauro Berruto invoca un comportamento esemplare.

Opinioni legittime, naturalmente. Ma pronunciate da esponenti di una classe politica che negli ultimi anni ha collezionato errori, divisioni e scelte che hanno inciso profondamente sulla vita degli italiani. Forse, prima di distribuire patenti di moralità, sarebbe utile un supplemento di autocritica.

Perché la morale non può essere selettiva.

È immorale lavorare con un'azienda russa non sottoposta a sanzioni internazionali, ma è accettabile immaginare di spendere cifre astronomiche per portare in Italia un allenatore straniero da 20 milioni di euro l'anno, come Pep Guardiola? È più grave una collaborazione commerciale privata o l'incapacità, tutta italiana, di costruire un progetto sportivo credibile negli ultimi quindici anni?

La verità è che il calcio italiano non è precipitato nell'abisso per colpa di Andrea Pirlo. Non abbiamo saltato due Mondiali per una sponsorizzazione. Non abbiamo perso competitività perché un ex campione del mondo ha firmato un contratto con una società di scommesse.

Abbiamo fallito perché per anni sono mancati visione, programmazione e coraggio.

Pirlo può piacere o non piacere. Si può discutere del suo curriculum da allenatore, ancora acerbo rispetto a quello di altri candidati. Si può persino sostenere che la FIGC avrebbe dovuto compiere scelte diverse. Fa parte del dibattito.

Quello che appare meno convincente è l'idea che un uomo debba essere definito esclusivamente dai suoi affari privati, soprattutto quando questi non violano alcuna legge.

Se Andrea Pirlo riterrà opportuno rinunciare al suo ruolo di ambasciatore di Fonbet per dedicarsi interamente alla Nazionale, sarà una scelta di responsabilità e sensibilità istituzionale. E probabilmente contribuirà a spegnere una polemica che, oggi, sembra interessare più i palazzi della politica che i campi di calcio.

Nel frattempo, però, sarebbe auspicabile che chi sale in cattedra per impartire lezioni di etica ricordasse una semplice verità: la credibilità non si conquista con un post sui social o una dichiarazione ai giornali.

Si costruisce con l'esempio.

E su questo, in Italia, nessuno può dirsi completamente al riparo dalle critiche.

Forse Andrea Pirlo risolverà anche questa vicenda. E magari riuscirà persino nell'impresa più difficile: riportare entusiasmo e risultati a una Nazionale che da troppo tempo vive di ricordi.

Il resto è il solito copione italiano: meno calcio, più indignazione.

 Andrea Ruggeri

Share