Primo esempio di vero giornalismo di inchiesta

Quando il giornalismo d'inchiesta entrava nelle stalle: lo scandalo del latte di New York
In questi giorni, con il caso Ranucci-bomba-Lavitola, ci poniamo domande su tutto, ma principalmente su Report e sul vero giornalismo d'inchiesta.
Come mantenere, e soprattutto se mantenere, un programma che parla di giornalismo d'inchiesta quando poi, secondo una certa lettura critica, rischia di diventare soprattutto un giornalismo d'inchiesta politica, nel quale le ricostruzioni finiscono per alimentare o giustificare situazioni di confronto e scontro politico?
Eccovi allora alcuni esempi di ciò che io personalmente considero giornalismo d'inchiesta, e di quando invece tutto questo rischia di trasformarsi semplicemente in uno scontro politico.
Perché un'inchiesta, prima di essere una posizione politica, dovrebbe essere una cosa molto semplice: andare a cercare i fatti, verificarli, documentarli e metterli davanti al pubblico.
E per capire cosa significhi veramente, possiamo tornare indietro di oltre un secolo e mezzo.
New York, 1858: quando i giornalisti entrarono nelle stalle
Ci sono storie di giornalismo che meritano di essere ricordate non perché appartengano a un'epoca romantica della stampa, ma perché mostrano cosa significa andare a cercare i fatti dove qualcuno preferirebbe che nessuno guardasse.
New York, 1858.
La città cresce rapidamente, la popolazione aumenta e il latte è un alimento essenziale, soprattutto per i bambini.
Ma una parte di quel latte proviene da luoghi che hanno poco a che vedere con le verdi campagne che i consumatori immaginano.
Proviene dalle distillerie.
Il sistema è semplice e redditizio. Le distillerie producono grandi quantità di residui della fermentazione dei cereali, il cosiddetto swill. Invece di smaltirlo, alcune aziende lo utilizzano per alimentare le mucche.
Gli animali vengono tenuti in grandi stalle urbane, spesso in condizioni estremamente malsane, e il latte viene poi venduto alla popolazione.
Non è una leggenda costruita decenni dopo.
È una vicenda documentata dalla stampa dell'epoca.
E uno dei protagonisti di questa campagna è Frank Leslie's Illustrated Newspaper.
Non bastava raccontare: bisognava andare a vedere
La parte più interessante della vicenda è proprio questa.
Frank Leslie non si limita a pubblicare voci secondo cui il latte sarebbe cattivo.
I suoi giornalisti e illustratori entrano nel mondo delle swill dairies, osservano le condizioni degli animali e documentano ciò che trovano.
Le descrizioni sono sconvolgenti: bovini ammassati nelle stalle, animali malati, sporcizia, mosche, ferite e condizioni incompatibili con l'immagine del latte "di campagna" che veniva venduto ai cittadini.
Le immagini diventano una parte fondamentale dell'inchiesta.
La Library of Congress conserva ancora oggi una delle tavole pubblicate nel 1858 con il titolo "Our exposure of the swill milk trade".
La documentazione descrive anche una scena all'Offal Dock di New York nella quale una vacca proveniente dalle stalle della 16th Street viene sottoposta a dissezione mentre Frank Leslie e il suo gruppo assistono all'esame e prendono appunti.
Questa è un'inchiesta nel senso più concreto del termine:
luogo → osservazione → animale → esame → documentazione → pubblicazione.
Non semplicemente:
"Una fonte sostiene che..."
Non:
"Un politico dice che..."
Non:
"Un avversario accusa..."
Si va sul posto.
Si guarda.
Si verifica.
Si documenta.
E poi si pubblica.
Il latte non era soltanto prodotto in condizioni terribili
L'inchiesta mise sotto accusa anche un altro passaggio.
Il latte delle swill dairies veniva descritto come un prodotto di qualità scadente e, secondo le denunce dell'epoca, poteva essere ulteriormente adulterato con acqua, farina, amido, uova, melassa e altri ingredienti.
Lo scopo era economico: aumentare il volume, modificarne l'aspetto e renderlo vendibile.
Il prodotto poteva poi essere presentato ai consumatori come latte proveniente dalla campagna.
Quindi il problema non era semplicemente cosa mangiava la mucca.
Era l'intera filiera.
Distilleria.
Residui della lavorazione.
Animali confinati.
Latte.
Adulterazione.
Vendita.
Consumatore.
E in fondo alla catena c'erano anche i bambini.
La questione della mortalità infantile
Nel pieno dello scandalo, il New York Times pubblicò una stima secondo cui migliaia di bambini sarebbero morti in relazione al consumo di swill milk. La cifra più famosa è quella di circa 8.000 bambini.
Non è necessario trasformare quella cifra in una precisione matematica che le fonti dell'epoca non possono garantire.
Il punto storico è un altro.
La mortalità infantile era reale.
E il latte adulterato e prodotto in condizioni igieniche estremamente precarie divenne oggetto di una seria controversia sanitaria.
Dire quindi oggi "furono esattamente 8.000" sarebbe andare oltre ciò che le prove consentono.
Dire invece che all'epoca furono attribuite al fenomeno migliaia di morti infantili è storicamente documentato.
E c'è una differenza enorme.
Perché anche una sola morte provocata dalla vendita consapevole di un alimento pericoloso sarebbe già una tragedia.
Figuriamoci migliaia.
Quando l'inchiesta diventa scomoda
Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante.
L'inchiesta non si scontrò soltanto con allevatori e distillatori.
Si scontrò con interessi economici e politici.
Il caso coinvolse esponenti di Tammany Hall, la potentissima macchina politica newyorkese.
Le accuse contro le swill dairies arrivarono davanti alle autorità sanitarie. Ma le ispezioni furono contestate e i risultati furono oggetto di una violenta controversia.
Una testimonianza contemporanea pubblicata da Scientific American nel luglio 1858 descrive proprio il problema: agli allevatori venivano preannunciate alcune visite ufficiali e, secondo il resoconto, le stalle trovate sporche durante le denunce risultavano poi pulite al momento dell'ispezione; alcuni animali malati sarebbero stati mandati via prima dell'arrivo degli ispettori.
Questa è una delle parti che rendono la vicenda incredibilmente moderna.
L'inchiesta giornalistica non si limitava a denunciare il problema: controllava anche chi aveva il compito di controllarlo.
Quando l'autorità diceva: non c'è problema
La risposta dei giornalisti fu, in sostanza:
Venite a vedere quello che abbiamo visto noi.
Le immagini erano fondamentali proprio perché rendevano più difficile trasformare tutto in una semplice disputa politica.
Una stalla poteva essere dichiarata "in ordine".
Ma un'incisione poteva mostrare le condizioni degli animali.
Una carcassa poteva essere esaminata.
Un campione poteva essere analizzato.
Una testimonianza poteva essere confrontata con un'altra.
Un giornalista poteva tornare sul posto.
Questo è il cuore del giornalismo d'inchiesta:
costruire una catena di prove che non dipenda dalla parola di una sola persona.
E alla fine qualcosa cambiò
Lo scandalo provocò un'enorme reazione pubblica e contribuì alla pressione politica per regolamentare il commercio del latte.
Nel 1862 New York introdusse nuove norme sul latte. La vicenda divenne uno dei passaggi della più ampia trasformazione che avrebbe portato, negli anni successivi, a controlli più severi sugli alimenti e sulla salute pubblica.
Ma la lezione più importante rimane precedente alla legge.
Prima venne qualcuno che decise di guardare.
Poi qualcuno che decise di raccontare.
Poi qualcuno che decise di verificare.
E soltanto dopo arrivò la pressione necessaria perché le istituzioni intervenissero.
Questo è il punto
Oggi siamo abituati a chiamare "inchiesta" qualsiasi servizio nel quale una persona fa un'accusa davanti a una telecamera.
La storia dello swill milk ricorda che l'inchiesta può essere qualcosa di molto più esigente.
Nel 1858 bisognava entrare nelle stalle.
Bisognava vedere gli animali.
Bisognava documentarne le condizioni.
Bisognava esaminare una carcassa.
Bisognava seguire il latte.
Bisognava ricostruire come veniva prodotto e venduto.
Bisognava verificare le dichiarazioni delle autorità.
Bisognava raccontare anche i rapporti fra interessi economici e politica.
E soprattutto bisognava continuare a scavare quando qualcuno aveva interesse a dire che non c'era niente da vedere.
Questa non è una storia sul numero 8.000.
È una storia su cosa può succedere quando il giornalismo smette di chiedere soltanto "chi lo dice?" e comincia a chiedere "possiamo andare a vedere?"
E allora la domanda riguarda anche noi
Siamo sicuri che le inchieste giuste siano soltanto quelle del sistema Report-Ranucci?
Oppure dobbiamo ricordare come era — e come dovrebbe essere — il sistema giornalistico migliore:
investigazione, analisi, verifica, confronto, verità documentata e apertura al pubblico di uno scandalo attraverso prove concrete e verificabili?
Questo non significa che un'inchiesta politica non possa essere giornalismo.
Significa che la politica non può diventare il sostituto delle prove.
E questo vale per tutti.
Vale per chi accusa.
Vale per chi difende.
Vale per chi conduce un programma televisivo.
Vale per chi scrive un giornale.
Vale anche per il caso Ranucci-bomba-Lavitola.
Se ci sono un attentato, un mandante, un rapporto personale, un'amicizia, una responsabilità o un collegamento politico, tutto deve essere dimostrato con lo stesso metodo:
investigare, verificare, confrontare le fonti, cercare prove indipendenti e distinguere ciò che è accertato da ciò che è ipotesi.
Perché il vero giornalismo d'inchiesta non dovrebbe chiedere al pubblico di scegliere prima da che parte stare.
Dovrebbe mettergli davanti i fatti e permettergli di giudicare.
Nel 1858 il problema era il latte.
Il vero scandalo fu scoprire cosa c'era dietro quel latte.
E forse questa è ancora oggi la domanda fondamentale che dovremmo fare a ogni inchiesta:
non "da che parte sta il giornalista?", ma "quali prove ha trovato?"
Andrea Ruggeri
