Ranucci come Maramao?

"Maramao perché sei morto? Pane e vin non ti mancavan, l'insalata era nell'orto e una casa avevi tu..."
La celebre canzone pone una domanda tanto semplice quanto provocatoria: se apparentemente non mancava nulla, perché è successo? È la stessa logica che oggi porta molti a interrogarsi, senza emettere sentenze, sulla vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci.
Dopo l'attentato del 16 ottobre davanti alla sua abitazione di Pomezia, Ranucci è diventato il simbolo del giornalismo d'inchiesta sotto attacco. Un episodio gravissimo che merita solidarietà e rispetto, senza processi mediatici e nel pieno rispetto del diritto di difesa e della presunzione d'innocenza.
Negli ultimi mesi, però, si sono susseguiti episodi che hanno inevitabilmente alimentato dubbi e interrogativi. Prima la rettifica sul caso Nordio, con le scuse di Report per aver coinvolto il ministro senza elementi ritenuti sufficienti. Poi la controversia con Nicole Minetti e la decisione dello stesso Ranucci di affrontare personalmente le eventuali conseguenze legali, rinunciando alla tutela della Rai.
Successivamente è emerso un elemento destinato a far discutere: Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti tra le persone coinvolte nell'inchiesta sull'attentato, era stato definito dallo stesso Ranucci una fonte e un amico. Lavitola respinge ogni accusa e, allo stato attuale, è indagato e non condannato.
A rendere il quadro ancora più complesso si è aggiunta la notizia dell'esistenza di un sondaggio che sarebbe stato commissionato dallo stesso Lavitola per verificare il gradimento di una possibile candidatura politica di Sigfrido Ranucci. Una circostanza che ha inevitabilmente alimentato ulteriori interrogativi sul rapporto tra i due e sull'opportunità di mantenere una simile relazione con una fonte. Infine è arrivata la decisione della Rai di sospendere le repliche estive di Report, scelta che ha aperto un acceso dibattito sulla libertà d'informazione.
Contro quest'ultima scelta si sono espressi l'Ordine dei Giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, alcuni consiglieri del CdA Rai e la redazione di Report. Un fronte che dimostra come la questione coinvolga la libertà d'informazione e non soltanto una trasmissione.
È qui che si inserisce la riflessione proposta da Franco Zanghì in un suo recente video. Non una condanna, non un processo mediatico, ma una domanda. Se una persona arriva a considerare affidabile una fonte che, successivamente, finisce al centro di un'indagine così delicata, è legittimo chiedersi se possano esserci stati errori di valutazione anche in altre circostanze. Porsi questa domanda non significa accusare, ma esercitare il dovere del dubbio che appartiene al giornalismo.
Da presidente dell'Associazione dei Giornalisti GIA, questa vicenda mi addolora profondamente. La credibilità della nostra professione si difende facendo emergere la verità, anche quando è scomoda. Se Sigfrido Ranucci ha sbagliato nella scelta delle sue fonti, si tratterebbe di un errore professionale di estrema gravità. Se invece dovessero emergere responsabilità diverse, il danno sarebbe ancora più profondo: non solo per lui, ma per l'intero giornalismo italiano.
Per questo motivo le domande non devono fare paura. Le domande sono il cuore del giornalismo. Sono ciò che distingue chi cerca la verità da chi si accontenta delle versioni più comode. E oggi, proprio come nella canzone di Maramao, la domanda resta sospesa: che cosa è successo davvero?
Andrea Ruggeri
