Sulle rive del Gange

C'è una particolare forma di delusione che nasce quando scopri che tutto ciò che hai fatto per qualcuno, alla fine, non è stato nemmeno ricordato.
Non parlo soltanto di denaro. Parlo di tempo, di energie, di lavoro, di entusiasmo, di disponibilità, di presenza. Parlo di quelle volte in cui hai creduto in una persona al punto da mettere qualcosa di tuo a disposizione del suo cammino. Hai sostenuto un progetto, aiutato a raggiungere un obiettivo, condiviso una difficoltà, magari sacrificando qualcosa che riguardava direttamente la tua vita.
E non lo hai fatto necessariamente aspettandoti una ricompensa.
Lo hai fatto perché ci credevi.
Perché ritenevi che ne valesse la pena.
Perché pensavi che, dietro quell'impegno, ci fosse un rapporto umano destinato a rimanere.
Poi, però, arriva un momento in cui ti accorgi che quella stessa persona, dopo aver ricevuto molto, non riesce nemmeno a restituirti una cosa semplicissima: una presenza.
Non ti riceve. Non trova il tempo. Non sente il bisogno di parlare con te. E magari continua il proprio percorso come se ciò che hai fatto fosse stato semplicemente dovuto.
È in quel momento che la delusione diventa sconforto.
Perché il problema non è ciò che non hai ricevuto.
Il problema è scoprire che per l'altro ciò che tu consideravi importante forse non lo è mai stato.
Un bilancio che non dovremmo fare
Ci viene spontaneo, allora, fare un bilancio della nostra vita: quanto abbiamo dato e quanto abbiamo ricevuto.
Se abbiamo dato molto e avuto poco, che cosa cambia constatarlo?
E se abbiamo avuto molto e dato poco, non sarebbe forse il caso di risparmiare alla nostra coscienza qualche pentimento?
Probabilmente, in entrambi i casi, abbiamo seguito il nostro temperamento.
C'è chi è naturalmente portato a dare: amore, simpatia, aiuto, solidarietà, denaro, tempo. E c'è chi è più prudente, più misurato, più attento a non investire troppo negli altri.
Il primo rischia di essere deluso.
Il secondo rischia forse di non conoscere mai fino in fondo la ricchezza che può nascere dal donare.
Donare, infatti, non è necessariamente una perdita. A volte è un atto creativo: mentre offri qualcosa agli altri, costruisci anche una parte di te. E forse proprio per questo continuiamo a farlo anche quando sappiamo che non sempre riceveremo qualcosa in cambio.
Ma c'è un confine sottile tra la generosità e il sentirsi utilizzati.
Ed è proprio quel confine che diventa doloroso quando ci accorgiamo che qualcuno ha preso tutto ciò che potevamo dare e, una volta raggiunto il proprio obiettivo, ha smesso persino di considerarci.
E poi il dare diventa anche credere
Il problema diventa ancora più complesso quando il nostro aiuto non riguarda soltanto una persona, ma un progetto.
Accade nella vita sociale, nelle associazioni, nelle comunità e anche nella politica.
Si sostengono iniziative, si raccolgono fondi, si aiutano famiglie, bambini, ricercatori. Si offre il proprio tempo. Si contribuisce a costruire qualcosa che riteniamo utile alla collettività.
E spesso lo facciamo senza aspettarci un ritorno materiale.
Il nostro ritorno è morale: la soddisfazione di aver fatto qualcosa che riteniamo giusto.
Ma esiste anche un altro tipo di sostegno: quello che offriamo a una persona perché possa realizzare un progetto che consideriamo importante.
Può significare anni di lavoro, organizzazione, risorse economiche, relazioni, entusiasmo. Può arrivare fino al sostegno politico di una candidatura, fino all'impegno perché quella persona venga eletta e possa assumere un ruolo amministrativo o rappresentativo.
In quel caso non si sostiene soltanto una persona.
Si sostiene una promessa.
Si sostiene un'idea.
Si sostiene la speranza che, una volta raggiunto quel risultato, non venga dimenticato il motivo per cui quel percorso era cominciato.
Ed è qui che la delusione può diventare profonda.
Perché non ti aspetti necessariamente un favore personale.
Ti aspetti coerenza.
Ti aspetti che chi ha ricevuto il tuo sostegno continui a ricordare la comunità, le persone e i progetti che hanno dato un significato a quel sostegno.
E quando la mano non incontra più l'altra mano?
Ecco la nota dolente.
Che cosa succede quando la mano del dare e quella del ricevere non si incontrano più?
Quando hai dato e l'altro ha preso?
Quando hai sostenuto e l'altro ha dimenticato?
Quando hai messo a disposizione tempo, denaro, entusiasmo e persino parte della tua credibilità e, alla fine, non riesci nemmeno a ottenere un incontro?
La prima reazione è la rabbia.
È umana.
Vorresti dire tutto quello che pensi. Vorresti ricordare all'altro ciò che hai fatto. Vorresti chiedergli perché, dopo tutto quello che hai dato, non trovi neppure un posto nella sua agenda.
Poi, però, la rabbia passa.
E rimane qualcosa di peggiore: la tristezza.
Perché capisci che non puoi obbligare nessuno a riconoscere ciò che hai fatto.
E forse è proprio questa la parte più sconfortante.
Puoi dare tutto ciò che hai, ma non puoi obbligare l'altro a comprendere il valore del tuo dono.
Poi arriva il tempo
A questo punto la pazienza diventa una forma di forza.
Non la pazienza di chi subisce.
La pazienza di chi decide di non sprecare altro tempo e altra energia in una guerra che, forse, non vale più la pena combattere.
Lasciare che gli eventi facciano il loro corso non significa essere deboli.
Significa, qualche volta, avere abbastanza lucidità per capire che il tempo è un giudice molto più efficace e severo della rabbia.
Le persone cambiano.
Cambiano le fortune.
Cambiano gli equilibri.
Cambiano i rapporti di forza.
Chi oggi sembra indispensabile domani potrebbe non esserlo più. Chi oggi pensa di poter fare a meno degli altri potrebbe scoprire, un giorno, quanto gli altri siano stati importanti.
Non serve augurare il male a nessuno.
Non serve vendicarsi.
Non serve nemmeno ricordare continuamente ciò che abbiamo fatto.
La vita, spesso, conserva una memoria che gli uomini fingono di non avere.
E prima o poi presenta il conto, non necessariamente secondo i nostri desideri, ma attraverso le conseguenze naturali delle scelte.
Sulla riva del Gange
Forse è per questo che torna alla mente quella vecchia immagine attribuita alla saggezza orientale: sedersi sulla riva del fiume e aspettare.
La frase popolare parla del Gange e del corpo del proprio nemico che, prima o poi, passerà trasportato dalla corrente.
È un'immagine forte, quasi crudele.
Ma oggi la si può leggere in un modo diverso.
Non significa aspettare la rovina di qualcuno.
Significa aspettare che sia il tempo a mostrare ciò che noi, nella rabbia del momento, non siamo ancora capaci di vedere.
Sedersi sulla riva del Gange significa non inseguire chi ci ha dimenticati.
Non implorare attenzione.
Non chiedere riconoscenza.
Non trasformare la nostra delusione in una vendetta.
Significa semplicemente aspettare.
Perché il fiume scorre.
E mentre scorre porta via molte cose: persone, potere, ambizioni, illusioni, rapporti che sembravano indistruttibili.
Un giorno, forse, passerà anche ciò che oggi ci sembra insopportabile.
E forse scopriremo che il vero errore non è stato aver dato troppo.
Il vero errore sarebbe stato perdere noi stessi perché qualcun altro non ha saputo apprezzare ciò che gli abbiamo dato.
Perciò, se hai sostenuto qualcuno con il tuo tempo, i tuoi soldi, il tuo entusiasmo e la tua fiducia, e oggi quella persona non trova nemmeno il tempo di riceverti, non farti venire la gastrite.
Non corrergli dietro.
Non consumarti nella rabbia.
Non rimpiangere necessariamente ciò che hai fatto.
Hai agito secondo ciò che eri.
Adesso osserva ciò che l'altro è diventato.
Poi siediti sulla riva del Gange.
E aspetta.
Non perché desideri vedere passare il corpo del tuo nemico.
Ma perché, prima o poi, sarà il fiume del tempo a portare davanti ai tuoi occhi la verità sulle persone.
E quando arriverà quel momento, forse la cosa più importante sarà non avere più bisogno della loro riconoscenza.
Perché avrai già imparato la lezione più difficile:
dare senza diventare schiavi di ciò che abbiamo dato, e saperci allontanare quando chi ha ricevuto non ricorda più la mano che lo ha aiutato.
Andrea Ruggeri
