A pranzo con Orlandino Greco: i calabresi nel mondo tornano. Ora una battaglia per la cittadinanza

I calabresi nel mondo sono tornati. Hanno nuovamente il loro Consiglio, la loro rappresentanza, hanno idee, progetti, entusiasmo e soprattutto quella voglia di Calabria che, paradossalmente, qualche volta sembra essere ancora più forte a migliaia di chilometri di distanza che dentro i nostri confini.
Dopo sette anni, finalmente si ricomincia.
E a tirare le fila di questo ritorno, atteso e necessario, c'è Orlandino Greco, chiamato a dare equilibrio, concretezza e prospettiva a una realtà che rappresenta una Calabria immensamente più grande di quella racchiusa nei suoi confini geografici.
A pranzo con lui il discorso inevitabilmente si allarga.
Perché questa volta non si è trattato soltanto di una riunione, di qualche fotografia o di dichiarazioni istituzionali. Sono emersi progetti realizzabili, idee che possono trasformare il rapporto con i calabresi nel mondo in una vera politica regionale.
Greco non nasconde l'emozione.
«È stato entusiasmante, è stato emozionante vedere i rappresentanti della Calabria che dal mondo intero sono venuti qua a testimoniare un amore smisurato verso la propria terra e soprattutto un rinnovato impegno per le politiche verso i calabresi nel mondo, ma per le politiche e per la Calabria in generale».
Un'emozione che racconta di aver letto negli occhi dei partecipanti, in particolare nei tanti giovani consultori che hanno potuto scoprire, attraverso immagini e video proiettati durante i lavori, paesi, coste, montagne e luoghi della terra dalla quale partirono i loro genitori, nonni o bisnonni.
Ed è proprio questo il punto.
Non dobbiamo parlare soltanto di chi è partito.
Dobbiamo iniziare a parlare seriamente di chi potrebbe tornare.
Durante i lavori si è discusso di rientro e ripopolamento della Calabria, delle condizioni necessarie per favorire il trasferimento di residenza dei calabresi che vivono all'estero, del ruolo delle associazioni e delle federazioni e soprattutto di export, indicato come uno dei più importanti strumenti attraverso i quali le nostre comunità internazionali possono produrre valore per il territorio.
Greco parla di «una bella Calabria, una Calabria accogliente, ospitale, orgogliosa della propria storia, delle proprie origini e soprattutto fiduciosa del proprio futuro».
E alla domanda se i calabresi all'estero possano diventare ambasciatori del Made in Calabria, non ha dubbi:
«In assoluto già loro lo sono».
Ed è difficile dargli torto.
I calabresi nel mondo lo fanno da decenni.
Comprano e fanno conoscere i nostri prodotti, raccontano i nostri paesi, conservano tradizioni che qualche volta noi stessi abbiamo dimenticato, organizzano associazioni, feste, incontri, mantengono vivi rapporti familiari e culturali attraverso oceani e generazioni.
Non parlano della Calabria soltanto agli altri italiani.
La portano dentro le comunità americane, brasiliane, argentine, canadesi, australiane ed europee nelle quali vivono.
Sono realmente ambasciatori della Calabria.
E qui i numeri cambiano completamente la prospettiva.
Gli iscritti all'AIRE rappresentano soltanto una piccola parte di questo universo. Quando si passa dagli attuali cittadini italiani residenti all'estero ai loro figli, nipoti, pronipoti e alle generazioni nate nei Paesi di emigrazione, la dimensione diventa gigantesca.
Secondo le stime del CEI – Centro dell'Emigrazione Italiana, considerando la diaspora e le successive generazioni, i calabresi e i loro discendenti nel mondo sarebbero oltre 30 milioni.
E c'è un dato ancora più impressionante.
Nel solo Brasile sarebbero oltre 8 milioni.
Non è difficile comprendere perché. Una ricerca condotta dal CEI insieme al Patronato SIAS, attraverso gli archivi di Itu, nello Stato di São Paulo, ha ricostruito una presenza calabrese che arrivava a rappresentare circa il 30% dell'emigrazione italiana considerata. E il Brasile conta oggi, secondo le stime italiane, oltre 30 milioni di persone di origine italiana.
Non stiamo quindi parlando di una piccola comunità di corregionali.
Stiamo parlando di una Calabria mondiale.
Una Calabria senza confini che, numericamente, potrebbe essere molte volte più grande della regione nella quale nacquero i suoi antenati.
«Numeri importanti – sottolinea Greco – che sono un veicolo straordinario per dimostrare quanto la nostra terra sia meravigliosa».
E quando gli viene chiesto cosa domandino alla Regione questi calabresi lontani dalla propria terra, la risposta forse rappresenta il momento più significativo di tutta la riflessione:
«Loro non chiedono niente, loro chiedono di potersi impegnare per contribuire a migliorare ancora di più la propria terra».
Una frase bellissima.
Ed è proprio partendo da queste parole che nasce, secondo me, la prossima grande sfida.
La cittadinanza.
Non come polemica contro la Regione.
E certamente non contro Orlandino Greco, che al contrario oggi può diventare uno degli interlocutori più autorevoli per portare questa questione sui tavoli nazionali.
Ma come una battaglia comune.
Perché esiste una contraddizione che non possiamo ignorare.
Vogliamo convincere i discendenti dei nostri emigrati a tornare.
Vogliamo che comprino casa nei nostri borghi.
Vogliamo che vengano in Calabria attraverso il turismo delle radici.
Vogliamo che conoscano i paesi dei nonni.
Vogliamo che vendano nel mondo i nostri vini, il nostro olio, il bergamotto, i prodotti agroalimentari, l'artigianato.
Vogliamo che raccontino la Calabria.
Vogliamo perfino che contribuiscano a ripopolare i nostri territori.
E allora dobbiamo affrontare anche il problema determinato dalla nuova normativa italiana sulla cittadinanza, che ha fortemente ristretto il riconoscimento iure sanguinis per molti discendenti degli italiani residenti all'estero.
Non significa difendere ogni possibile abuso del passato.
Significa porre una domanda molto più semplice.
Può esistere un discendente di italiani che continua realmente a vivere la nostra cultura, mantiene rapporti con la terra d'origine, magari parla italiano, partecipa alle associazioni calabresi, vuole venire a vivere nella regione dei propri avi e tuttavia trova sempre più difficile essere riconosciuto come parte della comunità nazionale?
È qui che la Calabria può fare la differenza.
Ed è proprio il nuovo corso avviato da Orlandino Greco che può offrire alla Regione uno strumento straordinario.
La Consulta potrebbe ascoltare le comunità sparse nel mondo, raccogliere casi e testimonianze, studiare gli effetti concreti delle nuove norme e costruire una proposta equilibrata da sottoporre al Governo e al Parlamento.
Non una guerra ideologica.
Una proposta intelligente.
Perché esiste una differenza enorme tra chi scopre casualmente un lontano antenato italiano soltanto per procurarsi un passaporto europeo e chi, dopo due, tre o quattro generazioni, continua a sentirsi calabrese, frequenta un'associazione, conosce il paese della propria famiglia e vuole magari tornare a viverci.
Quella differenza va riconosciuta.
E forse proprio la Calabria può indicare una strada nazionale.
Greco conclude spiegando cosa la Regione chieda ai calabresi nel mondo: continuare ad amare questa terra, contribuire allo sviluppo dell'accoglienza turistica, far conoscere le sue bellezze ancora inesplorate ed essere veicolo delle nostre eccellenze, dei nostri prodotti, della nostra cultura, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre tradizioni.
È esattamente la strada giusta.
Adesso bisogna aggiungere un tassello.
Se chiediamo loro di continuare a sentirsi calabresi, dobbiamo lavorare perché anche l'Italia continui a riconoscerli come parte della propria storia.
Perché quando parliamo di oltre 30 milioni di calabresi e discendenti nel mondo, e di oltre 8 milioni nel solo Brasile, non stiamo parlando soltanto della memoria dell'emigrazione.
Stiamo parlando di una delle più grandi risorse economiche, culturali, turistiche e umane che la Calabria possieda.
Ed è qui che il ritorno della Consulta, dopo sette anni, assume un significato ancora più grande.
Non soltanto ricostruire i rapporti con chi è lontano.
Ma creare le condizioni perché qualcuno possa realmente tornare.
Bentornati, calabresi nel mondo.
E bentornata una politica regionale che finalmente torna a guardarli non come emigrati del passato, ma come una delle più grandi risorse per il futuro della Calabria.
Ora c'è un'altra battaglia da affrontare.
E questa volta possiamo affrontarla insieme.
Andrea Ruggeri
