George Schaller, l’uomo che ha insegnato al mondo a guardare gli animali
Ci sono uomini che attraversano la Terra e altri che imparano ad ascoltarla.
George B. Schaller appartiene a questi ultimi.
U Riggitanu ha deciso di raccontare la sua storia per due ragioni.
La prima è l'amore per la Terra, quella stessa Terra che in questi mesi, anche nella nostra Europa, abbiamo visto bruciare. Foreste divorate dalle fiamme non significano soltanto alberi perduti: significano habitat distrutti, ecosistemi spezzati, animali uccisi o costretti ad abbandonare i luoghi nei quali vivevano da generazioni.
Nel 2026, al 3 settembre, nell'Unione Europea erano già bruciati quasi 648 mila ettari. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato come, nei primi otto mesi dell'anno, la superficie percorsa dal fuoco abbia superato ampiamente la media degli ultimi vent'anni. Non è dunque soltanto un problema di fiamme: è un problema di biodiversità, di territorio e, inevitabilmente, anche dell'uomo.
La seconda ragione ha un nome che per noi è anche quello di un amico: John F. Calvelli, oggi Executive Vice President for Public Affairs della Wildlife Conservation Society – WCS. E ha il nome di una delle più importanti organizzazioni mondiali dedicate alla difesa della fauna e degli ambienti naturali.
La Wildlife Conservation Society esiste perché animali e luoghi selvaggi possano essere studiati, compresi, raccontati e soprattutto protetti. La sua missione unisce scienza, conservazione sul campo, educazione e sensibilizzazione, con una presenza internazionale che attraversa decine di Paesi.
Ed è proprio dentro questa storia che troviamo George Schaller.
Nato a Berlino nel 1933, nell'anno dell'ascesa di Hitler al potere, Schaller conobbe da bambino la guerra, i bombardamenti, gli spostamenti continui e la condizione di chi si sente estraneo quasi ovunque. Dopo il conflitto trascorse anche un periodo in un campo per sfollati e nel 1947 raggiunse gli Stati Uniti con la madre e il fratello.
Forse anche da quell'infanzia nacque il suo bisogno di cercare altrove un mondo nel quale sentirsi finalmente a casa.
Lo trovò nella natura.
Negli Stati Uniti studiò zoologia alla University of Alaska, dove incontrò anche Kay Morgan, che sarebbe diventata sua moglie e la compagna di una vita trascorsa spesso lontanissimo dalle comodità della civiltà.
A soli 23 anni, nel 1956, partecipò alla storica spedizione nella valle dello Sheenjek, in Alaska. Fu l'inizio di una carriera che avrebbe rivoluzionato la moderna biologia sul campo e contribuito alla protezione di alcune delle più importanti aree naturali del pianeta.
Poi arrivò l'Africa.
Nel 1959, a ventisei anni, Schaller partì per il Congo Belga per compiere qualcosa che allora sembrava quasi inconcepibile: vivere accanto ai gorilla di montagna e studiarli nel loro ambiente naturale.
Non voleva osservarli dietro le sbarre. Non voleva studiare un animale morto sopra un tavolo. Voleva comprenderlo vivo, nel suo mondo.
Rifiutò quella visione del gorilla come creatura feroce e sanguinaria che aveva alimentato per decenni l'immaginario occidentale. Attraverso mesi e mesi di osservazione dimostrò invece l'esistenza di animali sociali, capaci di relazioni familiari, tolleranza e comportamenti molto più complessi di quanto si fosse creduto.
La stessa WCS ricorda Schaller come il primo scienziato ad aver realizzato, nel 1959, uno studio sistematico dei gorilla di montagna nel loro ambiente naturale, contribuendo a trasformare la loro immagine da bestie feroci a quelli che sarebbero poi stati definiti i "giganti gentili".
Era nata una maniera diversa di fare ricerca.
Andare dagli animali, invece di costringere gli animali a venire da noi.
Dopo i gorilla vennero i leoni del Serengeti, ai quali dedicò anni di osservazioni e uno dei testi scientifici più importanti mai pubblicati sulla specie, The Serengeti Lion.
Poi le tigri dell'India, i panda giganti della Cina, i giaguari del Sud America, gli animali dell'altopiano tibetano e infine una delle creature più misteriose del pianeta, il leopardo delle nevi.
Negli anni Settanta Schaller percorse le montagne dell'Asia per studiarlo insieme alle sue prede. Quelle ricerche contribuirono anche alla creazione del Khunjerab National Park, in Pakistan, e aprirono una nuova stagione nella conservazione di questo straordinario felino.
George Schaller aveva capito qualcosa che oggi dovrebbe sembrare ovvio e che invece continuiamo troppo spesso a dimenticare: non si può salvare un animale senza salvare il luogo nel quale quell'animale vive.
Un gorilla senza foresta non ha futuro.
Un leopardo delle nevi senza montagne protette non ha futuro.
Un giaguaro senza il suo ecosistema non ha futuro.
E quando brucia una foresta non perdiamo soltanto ettari di vegetazione. Perdiamo tane, nidi, territori di caccia, luoghi di riproduzione, equilibri costruiti dalla natura in centinaia o migliaia di anni.
È anche per questo che la storia di Schaller appare oggi drammaticamente contemporanea.
Mentre una parte dell'Europa brucia, mentre vediamo immagini di montagne e boschi trasformati in distese nere, comprendiamo meglio il significato di settant'anni trascorsi da quest'uomo a studiare e difendere i luoghi selvaggi della Terra.
Ma la sua storia probabilmente non sarebbe arrivata fino a noi in tutta la sua dimensione umana senza un'altra persona: Miriam Horn.
Giornalista, scrittrice, filmmaker e ambientalista, Horn ha lavorato per quindici anni all'Environmental Defense Fund e per sei anni con lo U.S. Forest Service, occupandosi di tutela degli habitat, territorio, comunità ed educazione ambientale. Nell'aprile 2026, Penguin Press ha pubblicato il suo libro Homesick for a World Unknown, la prima biografia completa dedicata a George Schaller.
E anche questa storia merita di essere raccontata.
Schaller aveva sempre rifiutato di diventare protagonista di una biografia. Uomo poco interessato alla notorietà, sembrava preferire che fossero gli animali, e non lui, a occupare il centro della scena.
Anche Miriam Horn, inizialmente, ricevette un no.
Fu Jane Alexander, attrice e da sempre impegnata nella difesa della fauna selvatica, a suggerirle di raccontare proprio George Schaller. Horn insistette. Non soltanto come scrittrice, ma come persona che aveva lavorato sul campo nella conservazione e che quindi poteva comprendere la natura profonda di quell'esperienza.
Alla fine Schaller accettò.
Forse perché aveva capito che raccontare la propria vita poteva significare, ancora una volta, parlare degli animali ai quali aveva dedicato la vita. Horn ha spiegato di aver voluto fare proprio questo: portare il lettore ad affezionarsi all'uomo per condurlo, attraverso di lui, verso gli altri esseri viventi che Schaller aveva amato e difeso.
Il titolo del libro, Homesick for a World Unknown, è già una storia dentro la storia.
Significa qualcosa come "avere nostalgia di un mondo sconosciuto".
È possibile avere nostalgia di un luogo nel quale non siamo mai stati?
Probabilmente sì.
Schaller l'ha dimostrato trascorrendo una vita intera alla ricerca di quei luoghi.
Da giovane scienziato partito per l'Alaska fino all'uomo che avrebbe attraversato Africa, Asia e Americhe, il suo viaggio non è mai stato soltanto geografico. Era una ricerca continua di un rapporto diverso fra uomo e natura.
Ed è qui che torna il secondo motivo per cui U Riggitanu racconta oggi questa storia.
Perché esistono uomini come George Schaller.
Perché esistono persone come Miriam Horn che decidono di conservarne la memoria.
E perché esistono realtà come la Wildlife Conservation Society, che continuano sul campo quel lavoro, proteggendo animali, foreste, montagne, oceani e interi ecosistemi.
Oggi la WCS opera attraverso programmi di conservazione internazionale, insieme a comunità locali, popolazioni indigene, governi e organizzazioni scientifiche, perseguendo un principio semplice quanto gigantesco: salvare la fauna selvatica significa salvare anche i luoghi selvaggi nei quali essa può continuare a esistere.
E l'amico John F. Calvelli, attraverso il suo ruolo nella WCS, rappresenta anche quel ponte che permette a realtà lontane geograficamente come New York, l'America e la nostra Calabria di incontrarsi intorno a valori universali.
Perché difendere la Terra non appartiene alla destra o alla sinistra, all'America o all'Europa, a una religione o a un'altra.
Appartiene a tutti.
George Schaller ha trascorso più di settant'anni cercando di insegnarci una cosa che, paradossalmente, gli animali conoscono dalla nascita: noi non siamo proprietari della Terra. Ne siamo ospiti.
E un buon ospite non distrugge la casa che lo accoglie.
Forse è questa la vera eredità di George.
Non soltanto averci fatto conoscere gorilla, panda, tigri, leoni e leopardi delle nevi.
Ma averci insegnato a guardarli diversamente.
A capire che ciascuno di loro occupa un posto preciso in un equilibrio immensamente più grande di noi.
Conoscere per capire. Capire per rispettare. Rispettare per difendere.
È probabilmente questo il senso più profondo del lavoro di George Schaller, di Miriam Horn, di John F. Calvelli e della Wildlife Conservation Society.
Ed è anche la ragione per cui oggi U Riggitanu ha deciso di raccontarlo.
Andrea Ruggeri


