Anche scavando al contrario Reggio può migliorare

23.07.2026

«Sento dire a Reggio che risanare questa città è impossibile. Che non ci riusciremo mai. Che è un'assurdità pensare di poter cambiare le cose. "Lascia perdere", mi dicono in tanti.»

Quante volte nella storia abbiamo sentito queste parole?

Sono le stesse che accompagnano ogni grande impresa, ogni visione, ogni uomo e ogni donna che hanno osato immaginare qualcosa di più grande del presente.

Eppure, quando qualcuno mi parla di impossibile, il pensiero corre a un luogo lontano, nel cuore dell'India.

Circa 1.200 anni fa, senza gru, senza escavatori, senza calcoli al computer e senza la tecnologia che oggi consideriamo indispensabile, un popolo realizzò qualcosa che ancora oggi lascia senza parole archeologi, ingegneri e milioni di visitatori: il Tempio di Kailasa, nel complesso di Ellora.

La cosa straordinaria è che quel tempio non è stato costruito.

È stato scavato.

Un'intera montagna di roccia basaltica è stata trasformata in un capolavoro alto oltre trenta metri, lungo più di ottanta, ricco di colonne, statue e bassorilievi. Per realizzarlo furono rimosse circa 200.000 tonnellate di pietra.

Ma c'è un dettaglio ancora più sorprendente: il Tempio di Kailasa fu scavato dall'alto verso il basso. Prima la cima, poi tutto il resto. Un solo errore avrebbe potuto compromettere anni di lavoro.

E intorno a quest'opera è nata una leggenda che vale la pena raccontare.

Si narra che una principessa, o secondo altre versioni una regina, avesse fatto un voto: avrebbe digiunato fino a quando non avesse visto la cima del tempio consacrato a Shiva. Gli architetti si trovarono davanti a una sfida apparentemente impossibile. Come mostrare la sommità di un edificio che ancora non esisteva?

La soluzione fu geniale: invece di costruire dal basso, decisero di scavare la montagna dall'alto. Così, in poco tempo, la principessa poté vedere la cima del tempio e interrompere il suo digiuno.

Non sappiamo se questa storia sia vera. Gli storici la considerano una leggenda. Ma poco importa.

Perché il Tempio di Kailasa esiste davvero.

È ancora lì, dopo dodici secoli, a ricordarci che l'impossibile è spesso solo una parola pronunciata da chi ha smesso di credere.

Noi oggi abbiamo mezzi infinitamente superiori. Abbiamo tecnologie, competenze, strumenti e conoscenze che quei maestri scalpellini non avrebbero nemmeno potuto immaginare.

E allora mi chiedo: se 1.200 anni fa degli uomini sono riusciti a trasformare una montagna in un tempio, davvero vogliamo convincerci che risanare una città sia impossibile?

Forse il problema non è la grandezza dell'impresa.

Forse il problema è che abbiamo smesso di pensare in grande.

Il Tempio di Kailasa continua a lanciare lo stesso messaggio attraverso i secoli: ogni grande cambiamento nasce quando qualcuno decide di ignorare quelli che ripetono «non si può fare».

E chissà, forse Reggio non ha bisogno di persone che spiegano perché qualcosa è impossibile.

Ha bisogno di persone che abbiano il coraggio di prendere in mano scalpello e martello – in senso figurato – e cominciare a scavare la propria montagna.

 Cris Vicente

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