Gratteri un’altra riunione politica No Ponte che pena

05.09.2026
Gratteri a Villa in versione No Ponte
Gratteri a Villa in versione No Ponte
Fotografia creata con IA

Gratteri a Villa San Giovanni: la giustizia, la politica e quelle domande che avrei voluto fare

Sono andato all'incontro con Nicola Gratteri a Villa San Giovanni con aspettative molto diverse da quelle con cui ne sono uscito.

Speravo di ritrovare il magistrato che, soprattutto negli anni passati, aveva saputo conquistare anche il rispetto di persone lontane dalle sue posizioni. Un uomo di giustizia capace di parlare di mafia, criminalità e istituzioni senza trasformare ogni ragionamento in una contrapposizione politica.

La mia impressione, invece, è stata differente.

Ho assistito a un incontro che, per impostazione e contenuti, mi è apparso fortemente orientato politicamente. E mi ha colpito soprattutto il fatto che, parlando delle polemiche legate al referendum e delle presunte falsità circolate sul voto di mafiosi e delinquenti, siano stati chiamati in causa partiti come Forza Italia e Fratelli d'Italia.

Mi sarei aspettato un messaggio diverso: votate sì, votate no, votate per chi volete, ma informatevi e partecipate. Invece ho percepito ancora una volta quella tendenza, ormai diffusa nel dibattito pubblico, a trasformare chi appartiene a una determinata area politica prima nel "fascista" e poi, quasi per estensione, nel "mafioso".

Un'equazione che considero profondamente sbagliata.

Mafia e politica: un rapporto che va raccontato senza semplificazioni

Una delle riflessioni più interessanti della serata ha riguardato il rapporto tra criminalità organizzata e politica.

Alla domanda se le mafie abbiano bisogno di eleggere direttamente propri uomini, la risposta di Gratteri – per come l'ho annotata e compresa – è stata sostanzialmente questa: le mafie cercano innanzitutto di ottenere ciò che vogliono; se non riescono con strumenti apparentemente leciti, provano a insinuarsi diversamente. Un capomafia difficilmente avrebbe interesse a candidarsi personalmente, ma certamente la criminalità organizzata non può disinteressarsi della politica.

Su questo il ragionamento è condivisibile.

Particolarmente rilevante è anche il tema degli appalti e dei subappalti. Se un'impresa non possiede capacità e mezzi per realizzare un'opera, è legittimo domandarsi fino a che punto sia corretto aggiudicarsela per poi affidarne gran parte ad altri soggetti. È proprio nelle catene sempre più lunghe e opache che possono aumentare i rischi di infiltrazione e di perdita di controllo.

Ma parlare di mafia nel 2026, a mio giudizio, significa anche interrogarsi su come sia cambiata la criminalità.

Oggi esistono economie illegali e comportamenti predatori che vanno ben oltre l'immagine tradizionale della coppola, del pizzo o del traffico di cocaina. Esistono sfruttamento dell'immigrazione clandestina, contraffazione di farmaci, frodi, corruzione, interessi economici nella sanità e in molti altri settori.

Questo non significa definire automaticamente "mafioso" un medico, un professionista o un imprenditore che sbaglia o commette un illecito. Significa, però, chiedersi dove finisca la semplice disonestà e dove possa iniziare un sistema organizzato nel quale interessi economici, complicità e potere si proteggono reciprocamente.

È una domanda che dovrebbe riguardare ogni categoria professionale.

Il paradosso del finanziamento pubblico ai partiti

Gratteri ha sostenuto, sempre secondo quanto ascoltato durante l'incontro, che la politica oggi sarebbe più povera e quindi più impotente, mentre il mafioso riesce spesso a fornire risposte concrete. Da qui la sua posizione favorevole al finanziamento pubblico dei partiti: la politica ha un costo e, per avere rappresentanti migliori e più indipendenti, occorre metterli nelle condizioni di non dipendere da interessi privati.

È un ragionamento che merita attenzione.

Ma proprio per questo avrei voluto approfondire quella che considero una contraddizione: fino a che punto qualsiasi forma di relazione, favore o persino una semplice cortesia può essere raccontata come anticamera di un rapporto mafioso?

Non possiamo vivere in una società nella quale ogni rapporto umano diventa automaticamente sospetto.

La lotta alla mafia deve colpire i comportamenti mafiosi, le organizzazioni criminali, le intimidazioni, la corruzione e gli scambi illeciti. Non può trasformarsi nella presunzione che ogni relazione sociale nasconda necessariamente qualcosa.

Scuola, sanità e istituzioni

Ho apprezzato il passaggio sull'importanza della scuola.

Una scuola autenticamente libera è probabilmente una delle armi più potenti contro ogni forma di criminalità, perché costruisce persone capaci di ragionare autonomamente.

Ma proprio per questo deve essere una scuola che insegna a pensare, non una scuola che sostituisce un'ideologia con un'altra. Un docente dovrebbe formare cittadini capaci di confrontare idee differenti, non indicare loro quale pensiero politico o culturale debba essere considerato moralmente superiore.

Lo stesso principio dovrebbe valere negli ospedali, negli uffici pubblici e nei tribunali.

Quando si parla di legalità non possiamo limitarci alle grandi organizzazioni criminali. Dobbiamo pretendere trasparenza anche nella sanità, negli acquisti pubblici, nei servizi, nella prescrizione dei farmaci, nei rapporti economici e in ogni luogo nel quale denaro pubblico e potere decisionale si incontrano.

Quanto costa realmente una fornitura sanitaria? Perché alcuni prodotti raggiungono prezzi enormi? Quali interessi ruotano intorno ai farmaci più costosi? Come vengono decisi acquisti e prescrizioni?

Sono domande legittime. E devono trovare risposte basate su dati e responsabilità accertate, senza criminalizzare intere categorie.

Il Ponte sullo Stretto e la domanda sulle priorità

Non poteva mancare il Ponte sullo Stretto.

La domanda posta a Gratteri è stata sostanzialmente se il Governo sia realmente in grado di realizzare un'opera di tali dimensioni impedendo infiltrazioni criminali.

La sua risposta ha spostato il ragionamento anche su un altro piano: prima ancora di discutere delle infiltrazioni bisogna chiedersi se l'opera serva e quali siano le priorità di un territorio nel quale esistono ancora problemi come la carenza d'acqua e molte altre emergenze infrastrutturali.

È una posizione legittima.

Ma è anche una posizione politica sulla quale sarebbe stato interessante poter discutere.

Chi considera il Ponte una grande occasione di sviluppo avrebbe dovuto poter formulare le proprie obiezioni e porre domande. Perché il problema, almeno per me, non è che Gratteri sia contrario o critico verso il Ponte. Il problema nasce quando un incontro pubblico diventa un percorso a senso unico nel quale una posizione viene esposta, una giornalista pone domande che sembrano accompagnarne lo sviluppo e il pubblico non dispone di un vero spazio per replicare.

Quando manca il contraddittorio

È questo il punto che più mi ha lasciato insoddisfatto.

Non amo gli incontri nei quali qualcuno parla, qualcun altro pone domande in sintonia con l'impostazione generale e chi ascolta non ha possibilità di intervenire.

Avrei voluto fare domande.

Avrei voluto parlare anche delle persone arrestate nell'ambito di grandi operazioni e successivamente assolte o liberate. Perché un'assoluzione restituisce la libertà, ma non sempre restituisce la reputazione. Essere stati associati pubblicamente alla parola "mafia" può diventare un marchio che rimane addosso per anni.

La lotta alla mafia deve essere durissima.

Ma proprio perché deve essere durissima deve essere anche rigorosa.

Ogni mafioso accertato deve rispondere delle proprie azioni. Ma ogni innocente ha il diritto di non essere trasformato per sempre in colpevole dall'opinione pubblica.

È anche questa giustizia.

Il Gratteri che vorrei ritrovare

Sono uscito dall'incontro con una sensazione di amarezza.

Non perché Nicola Gratteri debba pensarla come me. Sarebbe assurdo pretenderlo. Può essere contrario al Ponte, favorevole al finanziamento pubblico dei partiti, critico verso il centrodestra e sostenere tutte le idee che ritiene giuste.

Quello che vorrei ritrovare è il magistrato capace di parlare a tutti.

A chi è di sinistra e a chi è di destra. A chi sostiene il Governo e a chi lo combatte. A chi vuole il Ponte e a chi non lo vuole.

Perché la mafia non è di destra o di sinistra.

E soprattutto essere di destra non può trasformare automaticamente qualcuno in un fascista o, peggio ancora, in un mafioso.

Vorrei che tornasse al centro una parola semplice: giustizia.

Giustizia per chi subisce la mafia.

Giustizia per chi viene intimidito.

Giustizia per chi denuncia.

Ma anche giustizia per chi viene accusato ingiustamente.

E magari, al prossimo incontro, oltre alle risposte già preparate ci sarà spazio anche per qualche domanda scomoda.

Perché il confronto non indebolisce la democrazia.

La rende più forte.

 Masaniello Pasquino


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