Il caso Ranucci è lo smarrimento della sinistra

13.07.2026
Foto: LaPresse
Foto: LaPresse

Il caso Ranucci e lo smarrimento della sinistra: dov'è finita la politica delle idee?

Il dibattito politico italiano sembra vivere sempre più di simboli, emergenze e campagne mediatiche, mentre i grandi temi che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini restano sullo sfondo. Il cosiddetto "caso Ranucci" rappresenta l'ultimo capitolo di una dinamica che merita una riflessione più ampia: perché la sinistra sembra aver smarrito la capacità di costruire una proposta politica autonoma e riconoscibile?

Dopo il caso relativo a Sigfrido Ranucci, Elly Schlein ha scelto di recarsi a Bruxelles denunciando un presunto attacco alla libertà di stampa in Italia. Una decisione che ha suscitato un forte dibattito, perché ha trasmesso all'estero l'immagine di un Paese in cui i principi democratici sarebbero gravemente compromessi.

Pochi giorni dopo, Paolo Mieli ha raccontato che Valter Lavitola immaginava proprio Ranucci come possibile leader di un futuro progetto politico del centrosinistra e che sarebbero stati commissionati persino sondaggi per valutarne la popolarità.

Al di là della fondatezza di queste ricostruzioni, emerge un interrogativo politico: possibile che una delle principali forze di opposizione debba cercare continuamente figure esterne da trasformare in riferimento politico? Dove sono finiti quei dirigenti e quei leader che un tempo rappresentavano la sinistra italiana con autorevolezza, cultura politica e capacità amministrativa?

Da anni sembra ripetersi lo stesso schema: individuare un simbolo, costruire attorno a quel simbolo una narrazione, alimentare lo scontro ideologico e farne il centro del dibattito pubblico.

Nel frattempo restano in secondo piano le questioni che preoccupano realmente gli italiani: il lavoro, gli stipendi che non crescono, la competitività delle imprese, la sicurezza, la crisi demografica, la crescita economica e il futuro delle nuove generazioni.

Si parla molto di emergenze democratiche, molto meno di come rilanciare il sistema produttivo, attrarre investimenti, sostenere le famiglie o creare nuove opportunità di sviluppo.

L'impressione è che l'opposizione abbia bisogno soprattutto di una narrazione permanente. Prima il ritorno del fascismo evocato come pericolo costante. Poi l'allarme democratico. Oggi il caso Ranucci.

Una politica che vive principalmente di allarmi rischia però di perdere la propria funzione principale: offrire agli elettori un progetto alternativo di governo.

Criticare chi governa è il compito naturale di ogni opposizione. Ma l'opposizione dovrebbe misurarsi soprattutto sulla qualità delle proprie proposte. Quando il confronto politico si riduce quasi esclusivamente alla delegittimazione dell'avversario, il rischio è che il progetto per il Paese finisca in secondo piano.

Anche la scelta di portare davanti alle istituzioni europee accuse che riguardano il sistema democratico italiano solleva una questione politica. L'opposizione si esercita contro il governo, non contro la credibilità internazionale dell'Italia. Le istituzioni cambiano, i governi passano, ma il prestigio del Paese appartiene a tutti.

Negli ultimi anni la sinistra sembra inoltre puntare con sempre maggiore frequenza sulla costruzione di figure simboliche, investite di un forte valore mediatico. Più che valorizzare percorsi amministrativi, esperienza o risultati concreti, si tende a trasformare alcuni personaggi pubblici nel volto di una battaglia politica.

Il caso di Ilaria Salis, candidata al Parlamento europeo dopo essere diventata un simbolo mediatico, viene spesso indicato dai critici come esempio di questa impostazione: una scelta fondata più sulla forza della narrazione che su un percorso amministrativo o di governo.

Governare, però, richiede competenza, esperienza e capacità di assumere decisioni difficili. Gli slogan possono vincere una campagna elettorale; amministrare un Paese richiede molto di più.

Forse proprio questo vuoto spiega perché sempre più spesso siano personalità provenienti dalla stessa area progressista a esprimere giudizi severi sul Partito Democratico. Emblematiche, in questo senso, le parole dell'ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari: «Il PD non è un partito, è un insieme di avanzi di partito, il cui unico collante è il potere. Non ha né strategie né anima.»

Un giudizio duro, certamente discutibile, ma significativo perché proviene da una figura storicamente collocata nella cultura della sinistra italiana.

La domanda finale resta aperta: la sinistra italiana vuole tornare a essere una forza politica capace di competere con idee, programmi e classe dirigente, oppure continuerà ad affidarsi a simboli, campagne mediatiche e contrapposizioni permanenti? Perché un Paese cresce quando maggioranza e opposizione si confrontano su progetti alternativi credibili, non quando il dibattito si riduce esclusivamente alla costruzione del nemico di turno.

 Djàvlon

ps.. vi ricordate appena successo l’attentato cosa è successo? 

Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di 'Report', è arrivato alla manifestazione per la libertà di stampa organizzata in piazza Santi Apostoli a Roma. Il cronista ha abbracciato la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e salutato il presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte e i leader di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. 
fonte:  
Google Discover

Share