Il Sud appeso al muro della menzogna

29.07.2026

Masaniello Pasquino – Il Sud appeso al muro della menzogna

C'era una volta la politica, quella fatta di idee, di numeri, di confronti, persino di aspre contrapposizioni. Poi arrivò il tempo delle locandine da osteria digitale: facce in fila, dito puntato e condanna preventiva. Un tempo si affiggevano i manifesti dei ricercati; oggi basta un post ben confezionato per trasformare un parlamentare in un nemico del popolo.

E così, nel grande teatro della rabbia organizzata, ecco l'ultima rappresentazione: i senatori meridionali esposti alla gogna come traditori del Mezzogiorno, colpevoli – udite, udite – di aver approvato delle pre-intese sull'Autonomia differenziata. Il verdetto è già scritto, il boia è pronto, la folla pure. Manca soltanto la verità. Ma quella, si sa, è sempre un ospite sgradito quando si campa di slogan. piu che Equità Territoriale ci sembra un altra “bandiera rossa la trionferá.” 

C'è qualcosa di profondamente miserabile nel vedere il Sud ridotto ancora una volta a strumento di propaganda. Da centosessantacinque anni il copione è lo stesso: raccontare ai meridionali che qualcuno, da qualche parte, stia rubando loro il futuro. I piemontesi ieri, Roma ladrona l'altro ieri, il governo di turno oggi. Cambiano gli attori, resta immutata la compagnia del piagnisteo professionale. 

E guai a sottrarre il Mezzogiorno a questo eterno ruolo di vittima designata. Guai a dire che la Calabria, la Sicilia, la Puglia e la Campania possono e devono pretendere buona amministrazione, responsabilità e capacità di spesa. No. Per alcuni il Sud deve restare una cartolina in bianco e nero: una terra da compiangere, mai da emancipare.

La tecnica è antica quanto efficace: si prende un tema complesso, lo si macella con l'accetta della propaganda e lo si serve ai social con una didascalia degna dei peggiori tribunali popolari. "Meno ospedali, meno medici, meno lavoro, più emigrazione". Frasi costruite per colpire la pancia, non la testa. Perché chi punta sulla paura sa bene che un cittadino informato è un elettore difficile da manipolare.

E allora giù con le fotografie, con i nomi in bella vista, con il marchio dell'infamia appiccicato addosso. "La Lega comanda e loro eseguono." Una frase che farebbe sorridere se non fosse il manifesto di un modo tossico di intendere il dibattito pubblico. È il linguaggio delle liste di proscrizione, non della democrazia.

Masaniello Pasquino una domanda se la pone: dov'erano questi novelli custodi del Mezzogiorno quando il Sud perdeva migliaia di giovani ogni anno? Dov'erano quando intere generazioni prendevano un treno senza ritorno? Dov'erano quando miliardi restavano inutilizzati per incapacità amministrativa? Forse erano impegnati a preparare il prossimo manifesto, perché in fondo la disperazione rende sempre più della soluzione.

Fa quasi tenerezza questa aristocrazia del vittimismo che si autoproclama unica interprete dei dolori del Sud. Gli stessi che predicano equità finiscono per seminare odio. Gli stessi che invocano il confronto scelgono la gogna. Gli stessi che parlano di democrazia confezionano santini al contrario, con il volto del colpevole già stampato sopra.

Eppure la storia insegna una lezione semplice: quando si sostituisce il ragionamento con l'insulto, si è già perso il dibattito. Quando si appendono gli avversari al muro dei social, è perché non si hanno più argomenti da appendere alle proprie tesi.

Il Mezzogiorno non ha bisogno di tribuni della rabbia né di professionisti dell'indignazione permanente. Ha bisogno di verità, di infrastrutture, di amministratori all'altezza e di una classe dirigente che smetta di trattarlo come un malato terminale da esibire in campagna elettorale,  il Sud con la lettera maiuscola, ha bisogno di buoni sindaci e governatori, e mettere nei manifesti quelli che non fanno il loro lavoro, i professionisti ladroni, medici che curino e non si riempibo le tasche, amministratori efficenti che non facciano errori madonnali come il ponte del calopinace, e cittadini puliti e rispettosi.

Chi oggi alimenta questa vile e falsa campagna sull'Autonomia differenziata dovrebbe avere almeno il pudore di ammettere una cosa: non sta difendendo il Sud, sta difendendo un racconto. Un racconto che ha garantito per decenni visibilità, consenso e rendite politiche a chi del meridionalismo ha fatto una professione e della soluzione un problema.

E sia chiaro, prima che qualche zelante custode delle etichette si precipiti a catalogare anche Masaniello Pasquino: questo foglio non è la velina della Lega, né il bollettino di Forza Italia, e men che meno il catechismo della sinistra nordista. Se proprio dovesse mettere una croce su una scheda, forse la metterebbe sul generale Roberto Vannacci, se non altro per provare a raddrizzare un Paese che sembra aver fatto del mondo al contrario la propria costituzione non scritta. Anchecse in molte cose la Giorgia Meloni lavora bene (e sarebbe ottima se non porta l’Italia in guerra).

Perché qui non si tratta di tifoserie, ma di decenza. E la decenza impone di dire che mettere alla gogna uomini e donne per una scelta politica, attribuendo loro colpe che non trovano riscontro nei fatti, è un esercizio indegno di una democrazia matura.

Masaniello Pasquino non ha padroni e non porta livree. Diffida delle segreterie di partito, delle verità preconfezionate e dei professionisti dell'indignazione. Ma diffida ancora di più di chi pretende di parlare a nome del Sud mentre lo tiene incatenato a una narrazione di sconfitte, pianti e nemici immaginari, centinaia di anni.

Il Sud, invece, merita di uscire da questa prigione narrativa.

E forse è proprio questo che fa paura.

Perché un Mezzogiorno che smette di credere ai suoi falsi profeti è un Mezzogiorno finalmente libero.
La benzina costa cara dovrebbe essere usata in auto e non per diffondere odio attraverso falsa indignazione.

E allora basta con i processi celebrati sui social, basta con le sentenze emesse a colpi di condivisioni, basta con la menzogna elevata a strumento di lotta politica. Se questo è il mondo al contrario, come direbbe qualcuno, allora è arrivato il momento di rimetterlo nel verso giusto.
Perché l’arma ce le abbiamo “il nostro voto”. 

Firmato,

Masaniello Pasquino

Che non ama i partiti, ma ancora meno ama i tribunali della piazza fatti dai carnefici della menzogna.

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