L’azzurro che attraversa l’oceano
L'azzurro che attraversa l'oceano: il Palmeiras, l'Italia del 2006 e la Calabria di São Paulo
Ci sono maglie da calcio che raccontano una stagione.
E poi ce ne sono alcune che raccontano un popolo, una terra, un viaggio e una memoria.
La nuova terza maglia del Palmeiras, realizzata da PUMA per la stagione 2026-27, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È azzurra, richiama apertamente l'estetica della Nazionale italiana campione del mondo nel 2006 e, attraverso la storica Croce di Savoia, riporta alla luce l'anima più antica del club: quella del Palestra Italia, fondato a São Paulo nel 1914 dagli immigrati italiani. Nel 2026 ricorrono inoltre vent'anni dal trionfo dell'Italia di Marcello Lippi a Berlino.
Ma questa maglia, guardandola bene, racconta molto più di una semplice operazione celebrativa.
Racconta l'Italia che attraversò l'oceano.
E, dentro quella grande storia, racconta anche una parte speciale dell'Italia: la Calabria.
Un'azzurra con il cuore del Palestra Italia
Il primo colpo d'occhio è inevitabile: quell'azzurro ricorda immediatamente la Nazionale.
Non è un richiamo generico. La tipografia utilizzata per nomi e numeri è ispirata proprio a quella della Seleção italiana nella campagna del Mondiale 2006, mentre i dettagli dorati evocano l'estetica della divisa di quella straordinaria Nazionale.
Ma sul petto c'è qualcosa di ancora più importante.
La Croce di Savoia, lo storico simbolo utilizzato dal Palestra Italia nei suoi primi anni.
Prima di essere Palmeiras, quel club era Palestra Italia.
Era il 26 agosto 1914 quando, a São Paulo, una comunità di immigrati italiani decise di fondare una società sportiva che fosse anche un luogo di appartenenza, di amicizia e di memoria. Un club nato lontano dalla Penisola, ma profondamente legato alle proprie origini.
La nuova maglia sembra quasi chiudere un cerchio iniziato 112 anni fa.
La PUMA stessa presenta il nuovo uniforme come una celebrazione delle radici italiane del Palmeiras e della storia del Palestra Italia.
Sul colletto compare inoltre "Avanti Palestra 2026/1914", mentre sulla divisa è presente la storica frase "Scoppia che la vittoria è nostra". Nella parte bassa della maglia, un patch con la sagoma dell'Italia rende ancora più evidente il filo che unisce São Paulo alla Penisola.
È una maglia brasiliana.
Ma parla italiano.
Berlino 2006 torna a São Paulo
E poi c'è il 2006.
Vent'anni fa l'Italia viveva una delle estati più indimenticabili della propria storia sportiva.
Cannavaro che solleva la Coppa del Mondo.
Buffon.
Pirlo.
Totti.
Del Piero.
Materazzi.
Grosso che corre verso la bandierina dopo il rigore decisivo.
E quella notte di Berlino nella quale milioni di italiani, in patria e all'estero, si sentirono parte della stessa storia.
Oggi quell'azzurro ricompare a São Paulo.
Ma qui assume un significato diverso, quasi più profondo.
Perché non è soltanto il colore della Nazionale campione del mondo.
È il colore di un'Italia emigrata.
Di uomini e donne che partirono con una valigia, un cognome, una fotografia e il desiderio di costruire una vita dall'altra parte del mondo.
São Paulo, una città costruita anche dagli italiani
São Paulo è una delle grandi capitali dell'emigrazione italiana.
Qui l'Italia non è rimasta soltanto nei cognomi e nei ricordi familiari. È entrata nella vita della città, nei quartieri, nelle attività commerciali, nella cultura popolare e, naturalmente, nel calcio.
Il Palestra Italia ne è forse l'esempio più celebre, ma non è l'unico.
A São Paulo nacque anche il Clube Atlético Juventus, legato alla comunità italiana della Mooca, con la sua inconfondibile maglia amaranto. Il club stesso continua a celebrare quella storia e quella caratteristica identità grená.
E accanto a queste realtà troviamo anche l'Azzurra Soccer Stars, con la sua particolare maglia azzurra e arancione, che per sette anni ha spadroneggiato nelle categorie giovanili.
Verde.
Amaranto.
Azzurro e arancione.
Colori diversi, ma una stessa origine: l'Italia che, attraverso il calcio, cercava un modo per sentirsi ancora vicina alla propria terra.
E poi c'è la Calabria
È qui che la storia diventa particolarmente emozionante per chi porta nel cuore la Reggina.
Perché dentro la grande emigrazione italiana verso il Brasile c'è stata una presenza calabrese straordinaria.
Secondo la ricerca realizzata dal Centro dell'Emigrazione Italiana (CEI) e dal Patronato SIAS attraverso i propri archivi in Itu (SP) circa il 30% degli emigranti italiani arrivati dal nostro Paese era di origine calabrese, mantenendo questi numeti tra i discendenti, una proporzione impressionante se rapportata alle dimensioni della regione.
La stessa ricerca restituisce un'immagine potentissima della presenza calabrese nelle grandi città brasiliane: a São Paulo e Rio de Janeiro, secondo le ricostruzioni archivistiche, una quota intorno al 60% dei giornalai e dei ristoranti era riconducibile alla comunità calabrese.
Non erano semplicemente emigranti.
Erano persone che contribuivano a costruire la città.
Aprivano negozi.
Gestivano ristoranti.
Vendevano giornali.
Creavano reti di solidarietà.
Fondavano associazioni.
E soprattutto mettevano radici.
Le stime complessive sulla diaspora calabrese e sui suoi discendenti raggiungono numeri enormi, nell'ordine di diversi milioni di persone nel mondo. È una delle grandi pagine della storia dell'emigrazione italiana.
Per questo non sorprende che ancora oggi, guardando São Paulo, si incontrino cognomi, famiglie e comunità che conservano un legame fortissimo con la Calabria.
L'amaranto della Reggina nell'azzurro del Palmeiras
Ed è qui che, idealmente, può entrare in scena anche la Reggina.
Perché un tifoso amaranto può guardare quella terza maglia del Palmeiras e vedere qualcosa che va oltre il Palmeiras.
Può vedere l'azzurro dell'Italia.
Può vedere la Croce di Savoia.
Può vedere il Palestra Italia.
Ma può anche pensare a quei calabresi che attraversarono l'oceano.
A quelli partiti dalla provincia di Reggio Calabria.
A quelli partiti dalla costa ionica o tirrenica.
A quelli che lasciarono paesi e città con la speranza di tornare un giorno.
Molti non tornarono mai.
I loro figli e nipoti, invece, nacquero in Brasile.
Eppure continuarono a custodire un cognome, una ricetta, una parola dialettale, una fotografia, una storia raccontata dai nonni.
E magari anche una squadra del cuore.
È questo il lato più affascinante dell'emigrazione: la distanza non cancella necessariamente l'identità. A volte la trasforma.
Dal Palestra Italia alla Juventus, fino all'Azzurra
Guardando la storia calcistica di São Paulo si può quasi disegnare una mappa dell'Italia emigrata.
Il Palestra Italia, oggi Palmeiras, con la sua straordinaria eredità. dalla quale nacque il Corinthians Paulista.
La Juventus paulista, con il suo amaranto, nata nella Mooca e profondamente legata alla comunità italiana.
L'Azzurra Soccer Stars, con quell'accostamento curioso e suggestivo tra azzurro e arancione.
E, sullo sfondo, migliaia di famiglie italiane che fecero del calcio una lingua comune.
Non è un caso che proprio il calcio abbia avuto questa forza.
Il calcio non chiedeva di dimenticare da dove si veniva.
Permetteva, al contrario, di portare la propria origine dentro una nuova vita.
Una maglia, tre Italie
Ed è forse questo che rende così bella la nuova terza maglia del Palmeiras.
Dentro di essa convivono almeno tre Italie.
La prima è quella del 1914, degli emigrati che fondarono il Palestra Italia a São Paulo.
La seconda è quella del 2006, degli Azzurri che conquistarono il mondo a Berlino.
La terza è quella, ancora più antica e dolorosa, dell'emigrazione, delle famiglie che lasciarono l'Italia e costruirono comunità dall'altra parte dell'Atlantico.
E dentro quest'ultima c'è una Calabria enorme.
Una Calabria che, secondo la ricerca archivistica CEI-SIAS, rappresentava una parte sorprendentemente consistente dell'emigrazione italiana e che a São Paulo e Rio arrivò a occupare uno spazio importante persino nel commercio quotidiano e nella ristorazione.
E allora l'azzurro del Palmeiras può parlare anche a un tifoso della Reggina.
Perché l'azzurro della Nazionale può incontrare idealmente l'amaranto della Calabria.
Quando una maglia diventa memoria
Forse è proprio questo il miracolo delle maglie da calcio.
All'apparenza sono soltanto tessuto, colori, numeri e sponsor.
Ma alcune maglie riescono a diventare qualcosa di diverso.
Diventano fotografie.
Diventano racconti.
Diventano memoria.
La nuova terza maglia del Palmeiras è verde soltanto nel cuore del club, ma porta addosso un azzurro che attraversa più di un secolo di storia.
Parte dal Palestra Italia del 1914.
Passa attraverso l'Italia campione del mondo del 2006.
Arriva nella São Paulo del 2026.
E lungo questo viaggio incontra il Veneto, la Lombardia, la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria e tutte le altre terre italiane che contribuirono alla grande epopea migratoria.
E forse, da qualche parte in una casa di São Paulo, un ragazzo con un cognome calabrese può guardare quella maglia e riconoscersi.
Può vedere il Palmeiras.
Può vedere l'Italia.
Può pensare alla Calabria.
Può persino indossare, nel cuore, l'amaranto della Reggina.
Perché alla fine l'emigrazione non è soltanto una storia di partenze.
È anche una storia di ciò che è rimasto.
Un cognome.
Una lingua.
Una ricetta.
Una fotografia.
Una squadra.
Una maglia.
E un ricordo dell'Italia che, dopo aver attraversato l'oceano, ha trovato a São Paulo un'altra casa senza smettere di essere italiana.
Ecco perché quella maglia azzurra del Palmeiras è così affascinante.
Perché quando scende in campo non porta soltanto il ricordo dell'Italia campione del mondo.
Porta con sé l'Italia che partì.
E, dentro quell'Italia, anche la Calabria.
La Calabria che attraversò l'oceano.
La Calabria che costruì.
La Calabria che ricordò.
La Calabria che, ancora oggi, vive nei cognomi e nelle storie di São Paulo.
Un azzurro nato in Italia, passato da Berlino e arrivato a São Paulo. Con un po' di verde del Palmeiras e, per chi sa guardare più lontano, anche un riflesso dell'amaranto della Reggina.
Gilberto Lemos Atalla (Giba)
