La Nutella, l’ingegno italiano e quella Valeria che anche la politica dovrebbe ascoltare

29.10.2026

Ci sono storie italiane che dovremmo raccontare più spesso. Per ricordarci quanto possa nascere da un laboratorio, da una famiglia che lavora, da una difficoltà affrontata con un'idea semplice e dalla volontà di provarci ancora.

La storia della Ferrero è una di queste.

Prima dei mercati internazionali e dei prodotti conosciuti in tutto il mondo, c'è un pasticciere: Pietro Ferrero. C'è sua moglie Piera, che tiene avanti la pasticceria. C'è il fratello Giovanni, che contribuisce a portare i prodotti ai clienti. E c'è Alba, con le sue nocciole, negli anni difficili della guerra e della ricostruzione.

Nel 1942 Pietro lavora nel laboratorio di via Rattazzi. Il cacao scarseggia, costa molto. Le nocciole sono una risorsa del territorio. Da quella disponibilità e da tanti esperimenti prende forma un prodotto che possa essere buono e avere un prezzo accessibile. Nel 1946 arriva il Giandujot, un panetto dolce da tagliare e mangiare con il pane. (ferrero.com⁠)

Dentro questa vicenda riconosco un'Italia che conosco e che amo: quella delle persone che guardano ciò che hanno intorno e provano a ricavarne qualcosa di migliore. Un piccolo spazio può diventare un'officina di possibilità. Servono mestiere, pazienza, inventiva e anche il coraggio di sbagliare, correggere e ricominciare.

Dal Giandujot nasce nel 1951 la SuperCrema. Nel 1964, con Michele Ferrero, una ricetta ulteriormente migliorata e un nuovo nome danno vita alla Nutella. Tra il primo panetto e quel vasetto passano anni di lavoro. Il successo che oggi sembra naturale è stato costruito un tentativo alla volta. (nutella.com⁠)

È questo che dovremmo raccontare ai nostri ragazzi. E forse ricordare anche a noi stessi, quando ci convinciamo che in Italia sia rimasto soltanto da lamentarsi.

Ci sono ancora artigiani, commercianti, agricoltori, professionisti e piccoli imprenditori che ogni mattina aprono una porta, accendono una luce e si assumono una responsabilità. Tengono in piedi un'attività, pagano un collaboratore, migliorano un servizio. Il loro successo può avere la misura di una bottega che resiste, di un cliente che torna, di un figlio che può studiare. Anche queste sono conquiste che meritano rispetto.

Michele Ferrero aveva dato un nome alla persona per cui lavorava: la Valeria.

Era il suo modo di rappresentare chi faceva la spesa e decideva che cosa portare a casa. Nel colloquio con Mario Calabresi la definì «la padrona di tutto». Perché il consumatore può premiare un'impresa con la propria fiducia e può smettere di sceglierla. Ascoltarlo era una responsabilità quotidiana. (lastampa.it⁠)

Ecco il punto che mi interessa, anche oltre la storia industriale: chiunque costruisca qualcosa dovrebbe conoscere la propria Valeria.

Dovrebbe sapere a chi serve il suo lavoro, quale problema risolve, quale promessa sta facendo. E dovrebbe domandarsi, ogni tanto, se quella promessa viene mantenuta.

Naturalmente possiamo discutere degli ingredienti della Nutella, delle scelte produttive, della pubblicità e delle abitudini alimentari. Possiamo parlare delle quantità e degli eccessi. Una storia imprenditoriale merita di essere studiata anche con spirito critico. Riconoscerne il valore ci permette di comprendere meglio come un'intuizione italiana sia diventata un prodotto capace di attraversare generazioni e confini.

Ma quella Valeria meriterebbe un posto anche nelle stanze della politica.

Prima di approvare una misura, annunciare una riforma o celebrare un risultato, chi governa dovrebbe provare a immaginarla davanti a sé. Con la bolletta in mano. Con una visita da prenotare. Con il figlio che cerca lavoro. Con un negozio da mandare avanti e una scadenza che arriva prima dell'incasso.

Questa decisione migliorerà la sua giornata? Le renderà più semplice lavorare, curarsi, crescere una famiglia?

Una risposta concreta vale più di molti slogan.

La Valeria della politica è il cittadino che incontra gli effetti delle decisioni pubbliche nella propria vita. È la persona che aspetta un autobus, entra in un ospedale, chiede un documento, prova ad aprire un'attività. È lì che una promessa prende valore. È lì che si vede se qualcuno ha lavorato bene.

L'esperienza di un'impresa e la responsabilità di uno Stato sono diverse. Eppure l'attenzione verso le persone dovrebbe essere altrettanto seria. Anche verso quelle che protestano, che non hanno votato per chi governa, che hanno poca voce e nessuno a cui telefonare.

L'Italia ha bisogno di ritrovare fiducia nelle proprie capacità. La storia della Ferrero può aiutarci: racconta una famiglia che ha saputo usare una risorsa del territorio, migliorare un prodotto e portarlo lontano. Racconta il valore del lavoro fatto con continuità, quando ancora nessuno può garantirti che funzionerà.

Forse il nostro orgoglio dovrebbe ripartire proprio da qui: da chi, nel proprio piccolo spazio, continua a costruire.

E la politica, prima di chiedere un altro applauso, potrebbe fermarsi un momento e domandarsi: «Come sta la nostra Valeria?»
 

Andrea Ruggeri
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