Scuola, integrazione e regole comuni

Scuola, integrazione e regole comuni: il Governo prepara la stretta su classi, italiano e abbigliamento
Meloni annuncia un provvedimento in Consiglio dei ministri: tetto agli studenti stranieri nelle classi, maggiore attenzione alla conoscenza dell'italiano e nuove regole su burqa e hijab. Una linea che punta a trasformare l'integrazione da principio astratto a percorso fondato su lingua, partecipazione e regole condivise
ROMA, 20 settembre 2026 — La scuola torna al centro del confronto sull'integrazione. E questa volta il Governo annuncia di voler intervenire non soltanto attraverso circolari e indicazioni amministrative, ma con nuove norme nazionali.
Dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha anticipato un provvedimento destinato ad arrivare in Consiglio dei ministri che dovrebbe intervenire su tre questioni: un numero massimo di studenti stranieri per classe, il rafforzamento dell'apprendimento dell'italiano nelle situazioni di maggiore difficoltà di inserimento scolastico e il divieto a scuola di burqa e hijab, secondo le parole utilizzate dalla premier.
L'impostazione annunciata pone al centro un concetto preciso: l'integrazione non dovrebbe significare la formazione di comunità scolastiche separate, ma la possibilità per bambini e ragazzi di diversa provenienza di condividere lingua, insegnamento e vita quotidiana.
Il tetto agli studenti stranieri non nasce oggi: il 30% esiste già come criterio
Un elemento importante rischia di perdersi nel dibattito politico: l'Italia dispone già da molti anni di indicazioni per evitare un'eccessiva concentrazione di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi.
La Circolare ministeriale n. 2 dell'8 gennaio 2010 ha infatti stabilito come criterio generale che gli studenti con cittadinanza non italiana non superino di norma il 30% degli iscritti in ciascuna classe. Sono però previste deroghe, anche in relazione alle competenze linguistiche degli studenti e alle particolari condizioni territoriali. Il limite è quindi, oggi, soprattutto un criterio organizzativo e non un tetto legislativo assoluto. Il Ministero continua a richiamare quella circolare tra i riferimenti utilizzati per la formazione delle classi.
Ed è proprio qui che potrebbe trovarsi una delle principali novità del provvedimento annunciato da Meloni: la presidente del Consiglio ha parlato espressamente dell'introduzione "per legge" di un numero massimo di studenti stranieri per classe.
Al momento, però, non è stata ancora resa pubblica la percentuale prevista dalla nuova norma. Non sarebbe quindi corretto affermare che il futuro limite sarà automaticamente del 30%: bisognerà attendere il testo che arriverà in Consiglio dei ministri.
Una questione concreta: oltre 930 mila studenti con cittadinanza non italiana
Il tema riguarda ormai una parte strutturale della scuola italiana.
Secondo i dati relativi all'anno scolastico 2024/2025, elaborati dalla Fondazione ISMU su fonte Istat e recentemente diffusi dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza, gli studenti con cittadinanza non italiana sono 931.323, pari all'11,6% della popolazione scolastica complessiva.
L'incidenza raggiunge il 13,7% nella scuola primaria, il 12,7% nell'infanzia e il 12,6% nella secondaria di primo grado, mentre scende sotto il 9% nelle superiori.
La media nazionale, naturalmente, non racconta tutto: la presenza degli studenti stranieri è distribuita in modo molto differente tra territori, città e singoli istituti. È proprio nelle realtà dove le concentrazioni diventano particolarmente elevate che nasce il problema di garantire contemporaneamente integrazione, apprendimento dell'italiano e continuità didattica.
L'obiettivo dichiarato del nuovo intervento è quindi evitare che si formino classi troppo squilibrate e favorire una distribuzione capace di mettere realmente in contatto studenti di origini differenti.
L'italiano come primo strumento di integrazione
Il secondo punto annunciato riguarda la lingua.
Meloni ha anticipato un obbligo rivolto alle famiglie degli studenti stranieri che presentano gravi problemi di inserimento scolastico, collegato all'apprendimento dell'italiano. I dettagli dovranno essere chiariti dal testo normativo, compreso chi sarà concretamente destinatario dell'obbligo e con quali modalità verranno organizzati eventuali percorsi linguistici.
Anche in questo campo, tuttavia, il provvedimento non partirebbe da zero.
Con il decreto-legge 31 maggio 2024, n. 71, successivamente convertito nella legge 29 luglio 2024, n. 106, è già stato previsto, a partire dall'anno scolastico 2025/2026, il rafforzamento dell'insegnamento dell'italiano per gli studenti stranieri neoarrivati. In particolare, la normativa consente l'assegnazione di docenti dedicati all'italiano nelle classi in cui gli studenti stranieri entrati per la prima volta nel sistema scolastico e privi almeno del livello A2 di italiano raggiungano o superino il 20% della classe.
Il Ministero ha inoltre già finanziato specifici interventi: per il piano di potenziamento dell'italiano destinato alle classi con oltre il 20% di neoarrivati sono stati stanziati 12,817 milioni di euro nell'ambito del programma "Scuola e competenze 2021-2027".
La nuova iniziativa annunciata oggi sembra quindi inserirsi in un percorso già avviato, spostando ancora di più l'attenzione sulla responsabilità condivisa tra scuola e famiglia.
Perché conoscere la lingua del Paese in cui si vive non significa rinunciare alle proprie origini: significa poter parlare con gli insegnanti, comprendere una lezione, stringere amicizie, partecipare alla vita della comunità e avere maggiori possibilità di proseguire gli studi e trovare un lavoro.
Burqa e hijab: cosa dice oggi la legge e cosa potrebbe cambiare
Il terzo capitolo riguarda l'abbigliamento.
Meloni ha annunciato il divieto di burqa e hijab a scuola. È importante riportare esattamente questa formulazione, perché i due indumenti non sono equivalenti: il burqa copre anche il volto, mentre l'hijab generalmente lascia il viso scoperto.
La legislazione italiana contiene già una norma generale sul riconoscimento delle persone. L'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, in materia di ordine pubblico, vieta in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo, l'utilizzo di caschi o di altri mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona.
Un eventuale divieto scolastico riguardante anche l'hijab avrebbe quindi una portata diversa rispetto alla semplice esigenza di mantenere il volto riconoscibile e dovrà essere valutato sulla base della formulazione concreta della nuova norma e del suo coordinamento con i principi costituzionali sulla libertà religiosa e sulla parità di trattamento.
Anche su questo punto sarà quindi essenziale leggere il testo definitivo prima di stabilire esattamente cosa sarà consentito e cosa sarà vietato negli istituti.
Dall'integrazione dichiarata all'integrazione organizzata
Al di là delle contrapposizioni politiche che inevitabilmente accompagneranno il provvedimento, la questione posta sul tavolo è concreta: come trasformare una scuola sempre più multiculturale in una comunità realmente integrata?
Distribuire meglio gli studenti tra le classi, investire sull'italiano e stabilire regole comprensibili e uguali all'interno dell'istituzione scolastica sono gli strumenti attraverso i quali il Governo dichiara di voler affrontare il problema.
I numeri dimostrano che non si tratta più di un fenomeno marginale. Quasi un alunno su otto nelle scuole italiane ha cittadinanza non italiana e in alcune aree l'incidenza è considerevolmente superiore alla media nazionale.
La sfida, dunque, non è scegliere tra accoglienza e regole. È riuscire a fare in modo che l'accoglienza produca integrazione effettiva.
E la lingua rappresenta probabilmente il primo terreno sul quale questo processo può essere misurato: un bambino che comprende l'italiano può partecipare, studiare e confrontarsi alla pari con i compagni. Una famiglia che conosce la lingua può dialogare con insegnanti e istituzioni. Una classe equilibrata può rendere più semplice questo incontro.
Il provvedimento annunciato il 20 settembre 2026 non è ancora legge: dovrà arrivare in Consiglio dei ministri, essere definito nella sua forma giuridica e seguire l'iter previsto dal tipo di atto che il Governo sceglierà di adottare. Ma l'indirizzo annunciato è chiaro: meno separazione, maggiore conoscenza dell'italiano e regole comuni dentro la scuola italiana.
Djàvlon
