Salute senza rispetto del malato è nulla

Oggi ho letto recensioni entusiastiche su un comunicato in cui si diceva: "Trapiantati due reni da donatori a due pazienti, con successo", come se fosse una grande conquista in un mondo dove questa pratica è ormai comune. Ma non è la buona riuscita dell'intervento che mi colpisce, bensì i messaggi: "la nostra sanità è di eccellenza", oppure "Reggio è ormai una realtà nel panorama nazionale" e anche "siamo i migliori", oppure "il nostro Ospedale è fantastico".
Non sono qui a esaltare o a sminuire il fatto in sé, né le indiscusse capacità di grandi medici calabresi; cerco piuttosto di analizzare il perché e il per come, dal punto di vista di un malato.
E non parlerò nuovamente delle 15 ore in un corridoio con gravissimo scompenso cardiaco, in una branda al freddo con centinaia di zanzare e della pulizia fatta con acqua e non coi disinfettanti che tanto si usavano nella pande mania, e neanche del vergognoso cibo dato ai malati, meno ancora dei pugni dati ai bottoni da un'infermiera isterica che suonavano per richiamare gli stessi infermieri per gravi problemi occorsi al paziente.
Analizzo solo:
"Due reni da due donatori che ora hanno perso un rene e sono, sembra, ancora giovani. Due trapiantati anch'essi relativamente giovani, che non avrebbero dovuto avere problemi così gravi ai reni, sono una eccellenza?
Pratiche come la biopsia, ormai comune e molto invasiva, che può compromettere il rene stesso; la dialisi, spesso gestita frettolosamente e presentata come unica opzione; numerosi farmaci invasivi che, per risolvere altri problemi, finiscono per debilitare i reni. Non so se in questi casi sia andata così, ma, ad esempio nel mio, percorsi accelerati avrebbero potuto portare al trapianto. Ripeto: un bene per chi è arrivato quasi al capolinea e non ha altre opzioni.
Ma queste opzioni come vengono decise?
Come si può gioire per due giovani che perdono un rene e per altri due, quasi giovani, in condizioni così gravi da dover ricorrere al trapianto?
È certo che, sempre più spesso, con pratiche estreme non solo in nefrologia ma anche in cardiologia e chirurgia, i tempi che intercorrono tra una semplice ipertensione e una sequenza di interventi — coronarografia, stent, palloncino, defibrillatore, pacemaker e infine operazione al cuore — siano troppo brevi e troppo diffusi. Allora o siamo diventati malati cronici così giovani, oppure stiamo diventando qualcosa di simile a "sacche di sangue". Se poi aggiungiamo che questi interventi sono ben remunerati, il cerchio di un pensiero complottista si chiude. Ma, ripeto, è un'analisi che potrebbe non essere reale, anche se troppo spesso un medico consiglia soluzioni estreme che portano a un percorso che finisce sempre nello stesso punto.
A volte ci vuole un malato, come una signora bulgara a Polistena, che in UTIC ha detto no. Forse se ne pentirà, oppure ha ragione e riuscirà a evitare di entrare in un circolo da cui troppo spesso si esce con i piedi in orizzontale.
Tra l'altro, il primario, il suo vice e molti medici — tra cui alcuni cubani — fanno turni asfissianti per mandare avanti quel reparto, affiancati da infermieri e operatori, alcuni eccellenti, altri meno. Ho incontrato persone umane che non scorderò mai e altre disumane che continuerò a combattere con tutte le mie forze, finché non capiranno che Fortunata era un essere vivente, una mamma e una nonna, e non meritava quel trattamento.
Certo, come ho detto nel precedente articolo, potrei fare nomi e cognomi, ma preferisco che — come è successo questa settimana — i responsabili mi contattino e migliorino il loro operato. Non sono qui per processare nessuno: la colpa non è solo loro, ma anche di chi, durante la pandemia, definiva "no vax" chi non si sottoponeva a quello che considerava un falso antidoto, e che ora pretende rispetto.
E allora, andiamoci piano con le terapie invasive e affrettate. Complimenti ai professionisti, meno ai venditori di eccellenze, perché sotto i ferri ci andiamo noi cittadini.
Andrea Ruggeri
Ps.. Mi hanno chiesto di non fare cognomi, ma io non sono qui per fare cognomi o per fare denunce, sono qui perché le cose migliorino e sono disposto anche a co finanziare corsi di umanizzazione, ma le minacce con me sono solo un motivo in più per scrivere. Come dice il collega Masaniello Pasquino, noi siamo gli ultimi megafoni di quelli che non possono parlare.
